Acquistare, detenere e collezionare armi antiche

Acquistare, detenere e collezionare armi antiche

Le armi antiche, artistiche o rare di importanza storica sono compiutamente regolamentate dal 1982; godono di una disciplina autonoma e meno stringente rispetto a quelle moderne, ma per molti aspetti sono armi a tutti gli effetti.

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Il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (TULPS), entrato in vigore con il decreto 18 giugno 1931, numero 773, contemplava già la licenza di collezione di armi artistiche, rare o antiche ma non dava alcuna definizione di tali armi. La legge numero 110 del 18 aprile 1975, con l’articolo 10, ha colmato questa lacuna, precisando che sono armi antiche quelle ad avancarica e quelle fabbricate anteriormente al 1890, aggiungendo che per le armi antiche, artistiche o rare di importanza storica di modelli anteriori al 1890 sarà disposto un apposito regolamento da emanarsi di concerto tra il ministro per l’interno e il ministro per i beni culturali entro sei mesi dall’entrata in vigore della presente legge. Il regolamento, poi, è venuto alla luce – sia pure ben oltre i sei mesi stabiliti – come decreto ministeriale 14 aprile 1982, “Regolamento per la disciplina delle armi antiche, artistiche o rare di importanza storica” (Gazzetta Ufficiale del 5 giugno 1982, numero 153).

Nell’articolo 1 del regolamento si distingue tra le armi da sparo antiche, e le armi da sparo artistiche o rare di importanza storica di modelli anteriori al 1890. Prima di addentrarsi oltre, occorre precisare che la normativa successiva al TULPS riguarda solo le armi da sparo mentre nulla dice circa le armi bianche (per la detenzione delle quali, del resto, non esiste alcun limite numerico e quindi neppure la necessità di munirsi di licenza di collezione, in caso di detenzione di un rilevante numero di esemplari).

Foto 006Come si vede, dal TULPS, passando per la legge numero 110/1975, si approda a un regolamento che sembra dividere nettamente due distinte categorie di armi: da una parte, quelle antiche, fabbricate prima del 1890; dall’altra, quelle artistiche o rare di modelli anteriori al 1890.

In altre parole, il regolamento ministeriale, ricalcando e forse andando oltre il dettato della legge, ha espressamente enucleato due distinte sottocategorie: quelle antiche, e quelle artistiche o rare d’importanza storica di modelli anteriori al 1890.

Le definizioni

In Armi Munizioni Esplosivi di Bellagamba e Vigna – uno dei testi dottrinali più conosciuti in materia di legislazione sulle armi – si afferma che sono armi antiche quelle ad avancarica e quelle prodotte fino al 1890, mentre le armi artistiche o rare sono quelle che, rispondendo a determinati requisiti, sono di modello anteriore al 1890 ma di produzione posteriore.

Gli stessi autori affermano che il riferimento operato dal legislatore alla data del 1890 si fonda sulla considerazione di fatto che, posteriormente a tale anno, non sono state più prodotte armi ad avancarica. Da questa premessa – tutta da dimostrare! – consegue che il legislatore avrebbe inquadrato come armi antiche solo quelle prodotte anteriormente al 1890 (ad avancarica o a retrocarica), applicando la medesima disciplina alle armi di produzione posteriore (ma di modello anteriore) solo se classificabili come artistiche o rare.

Poiché è certamente arbitraria l’affermazione sopra citata relativa alle armi ad avancarica, che sono state prodotte, vendute ed esportate ben oltre il 1890, sicuramente sino alla fine della Prima guerra mondiale e quindi alle soglie degli anni Venti del secolo scorso, l’interpretazione della normativa che ne deriva non può essere accettata.

Questo macroscopico errore (ripreso acriticamente anche da Mazza, Mosca e Pistorelli ne La disciplina di armi, munizioni ed esplosivi), è talmente evidente da produrre una interpretazione del tutto artificiosa di una disciplina chiara nel suo dettato letterale ma meritevole di una analisi più puntuale circa l’effettiva volontà del legislatore.

Chiediamoci, dunque, che cosa significa che sono antiche le armi prodotte anteriormente al 1890. In senso letterale, vuol dire che tali armi devono essere state fabbricate prima di quella data. Ma è possibile che il legislatore abbia voluto utilizzare un simile parametro, oltretutto in molti casi di difficile accertamento, classificando esemplari identici in modo diverso, e cioè come armi antiche, se effettivamente prodotti prima del 1890, e come armi comuni da sparo (moderne), se prodotti, senza alcuna variante progettuale né esecutiva, dal 1890 in poi?

Il problema emerse subito dopo l’entrata in vigore della legge numero 110/1975 e già prima dell’emanazione del regolamento di attuazione, che doveva dettare una disciplina di dettaglio ma che non poteva modificare l’impostazione della legge.

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Difatti, sul punto ebbe a pronunziarsi la Commissione consultiva per il controllo delle armi (il relativo verbale è rintracciabile all’indirizzo internet http://www.earmi.it/varie/antica.html), che si espresse con il seguente parere: un’arma per essere considerata antica e quindi esclusa dalla catalogazione deve essere concepita anteriormente al 1890 e, se anche costruita successivamente, non deve presentare alcuna modifica rispetto al modello originario, ai materiali e alle tecniche di costruzione.

Pertanto, in base al parere della Commissione, sono escluse dalla categoria delle armi antiche non solo le repliche moderne (successive al 1975), che sono riproduzioni di modelli d’epoca solitamente realizzate da fabbricanti specializzati in questo settore, ma anche gli esemplari che siano stati realizzati, dopo il 1890, con perfezionamenti o con tecniche costruttive differenti rispetto alle armi d’epoca, vale a dire con caratteristiche meccaniche e costruttive moderne.

In effetti, Bellagamba e Vigna, per sostenere la loro tesi, sono costretti a “inventare” che le armi ad avancarica sono tutte antiche, perché certamente prodotte prima del 1890, data in cui tali armi non sarebbero state più prodotte. Se così fosse, la ricostruzione della normativa in materia avrebbe una sua coerenza ma, dato che non è così, ci troveremmo di fronte all’assurdo che un’arma ad avancarica prodotta nel 1920 sarebbe arma antica, mentre un’arma a retrocarica, pur se di modello anteriore al 1890 ma prodotta, per esempio, nel 1891, non sarebbe antica ma arma comune da sparo.

Per tranquillizzare i lettori diciamo subito che è ormai passata nella prassi l’interpretazione secondo cui le armi di modello anteriore al 1890 sono tutte antiche, indipendentemente dalla data di fabbricazione, tanto che esse vengono regolarmente vendute, acquistate e denunciate come antiche anche se prodotte anni e, talvolta, decenni dopo il 1890 (con buona pace degli eminenti giuristi sopra citati, purtroppo poco addentro nella cultura oplologica, che è cosa diversa dalla cultura giuridica). Se questo è vero, diventa allora poco importante identificare le armi artistiche e rare.

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In proposito il regolamento ministeriale afferma che le armi sono artistiche se presentano caratteristiche decorative di notevole pregio o realizzate da artefici particolarmente noti; sono rare di importanza storica se si rinvengono in numero limitato o sono collegate a personaggi o ad eventi di rilevanza storico-culturale. A parte la difficoltà di individuare in concreto la sussistenza dei requisiti indicati nel regolamento (per esempio, come identificare gli artefici particolarmente noti?), trattandosi comunque di armi di modello anteriore al 1890, ai fini che ci interessano (poterne detenere fino a otto senza licenza di collezione e più di otto con la specifica licenza), è sufficiente la classificazione di arma antica, senza necessità di insistere sull’aspetto artistico o su quello di rarità storica. In effetti, la categoria delle armi artistiche e rare avrebbe ben altra valenza se si estendesse anche alle armi di modello successivo al 1890 e addirittura alle armi di recente realizzazione. Tuttavia, per quanti sforzi interpretativi si possano fare, è impossibile superare il chiaro dettato normativo, per cui le armi di modello successivo al 1890, anche se rare o artistiche, devono essere tutte denunciate come armi comuni da sparo e, se del caso, inserite nella licenza di collezione di armi comuni da sparo (cioè moderne).

Il regolamento ministeriale

Abbiamo già accennato al regolamento di attuazione del 1982. Esso detta una disciplina piuttosto dettagliata che, ai fini pratici, deve considerarsi integrativa della legge. I punti essenziali di questa disciplina sono l’esclusione della qualificazione di arma da guerra per tutte le armi antiche (anche se originariamente progettate e realizzate per uso bellico); l’obbligo di immatricolazione per le armi prodotte dopo il 1920, già previsto nella legge numero 110/1975 (con conseguente esclusione di tale obbligo per le armi di produzione anteriore a tale data); l’esclusione dell’obbligo di catalogazione per le armi antiche e ad avancarica (ricordiamo che dal 2011 il Catalogo nazionale delle armi da sparo è stato abolito ed è stato sostituito dalla procedura di riconoscimento da parte del Banco Nazionale di Prova); la definizione di arma antica, di arma artistica e di arma rara d’importanza storica; le modalità di accertamento della qualità di arma antica, artistica o rara; il numero di armi detenibili (otto) e sussistenza dell’obbligo di denuncia, con le relative modalità; la licenza di collezione; gli obblighi di custodia; le norme in materia di importazione, esportazione e transito; infine, le aste pubbliche di armi antiche.

Nel rinviare alla lettura del regolamento, cercheremo qui di approfondire alcuni aspetti critici della disciplina di questa particolare categoria di armi, che possono dare luogo a dubbi interpretativi o applicativi.

L’accertamento della qualità

In proposito, l’articolo 6 del regolamento stabilisce quanto segue: Qualora la qualità di arma antica, artistica o rara di importanza storica, in sede di denuncia di cui al successivo articolo 7, non sia sufficientemente documentata dal detentore, la stessa viene accertata per quanto possibile a richiesta del questore, preventivamente informato dall’ufficio di pubblica sicurezza o comando carabinieri interessato, dalla sovrintendenza per i beni artistici e storici competente per territorio, che potrà avvalersi, per i fini indicati, della consulenza dell’esperto di cui all’articolo 32, comma nono, della legge 18 aprile 1975, numero 110. Insomma, è a carico del detentore dimostrare che l’arma corrisponde alla categoria delle armi antiche; in difetto il questore, allertato dal commissariato o dai carabinieri, deve chiedere lumi al sovrintendente per i beni artistici e storici del luogo, che a sua volta deve (o può) chiedere una consulenza esterna. In sostanza, il regolamento affida la verifica a un organo che, sebbene specializzato in beni storici e artistici, non ha specifica competenza in materia di armi; quest’ultimo a sua volta, a sua discrezione, può nominare un esperto, senza nessuna garanzia per il cittadino che l’esperto in questione sia realmente persona qualificata a emettere un giudizio.

Foto 009La difficoltà maggiore deriva dal fatto che – come detto – le armi risalenti al periodo tra il XIX e il XX secolo sono spesso prive di elementi identificativi (all’epoca non imposti dalla legge) oppure recano solo il nome del fabbricante ma non l’epoca di produzione. Per quanto riguarda, poi, l’individuazione della qualità di arma artistica o rara, i parametri del regolamento sono così generici e arbitrari da rendere impossibile la classificazione sulla base di criteri oggettivi e preventivamente conoscibili. In pratica, il detentore, in sede di denuncia, potrebbe allegare una consulenza di parte, attestante l’epoca di progettazione e di produzione dell’arma. In generale, gli uffici della Polizia di Stato e quelli dei Carabinieri sono abbastanza acquiescenti sulla qualificazione delle armi come antiche, soprattutto se la loro vetustà emerge a prima vista.

La denuncia di detenzione

L’articolo 7 del regolamento riguarda l’acquisto e la denuncia delle armi antiche. Il richiamo all’articolo 35 del TULPS ci fa capire che non esiste una deroga in materia di acquisto e cessione di questa tipologia di armi, che devono avvenire nel rispetto delle forme previste per tutte le armi: l’acquisto è consentito solo a persone titolate di porto d’armi o di nulla osta. Per quanto riguarda la denuncia, essa è obbligatoria – come per tutte le altre armi da sparo e non da sparo – tanto che la disposizione regolamentare indica dettagliatamente come deve essere fatta e che cosa deve contenere: i dati identificativi del denunciante e delle armi, l’epoca delle armi, la provenienza e il luogo di custodia. In sostanza, l’unico reale vantaggio derivante dalla qualificazione delle armi in esame come antiche è quello di poterne detenere otto senza intaccare il numero di armi corte, lunghe o sportive (moderne) che si possono detenere senza licenza di collezione. A tale proposito, come già accennato, esiste e può essere richiesta anche la licenza di collezione di armi antiche, artistiche e rare.

La licenza di collezione

La licenza, prevista dall’articolo 31 del TULPS, richiede il possesso dei requisiti soggettivi delineati del successivo articolo 32 nonché dall’articolo 9 della legge numero 110/1975, è permanente e implica la necessità di adottare le misure antifurto prescritte dall’autorità di Pubblica Sicurezza.

Si tratta perciò di un autonomo titolo di collezione, distinto dalla licenza di collezione di armi moderne, che permette di collezionare più di otto armi antiche, artiche o rare. La norma regolamentare precisa che possono collezionarsi anche più esemplari identici dello stesso modello di arma, possibilità teoricamente esclusa per la collezione di armi comuni da sparo.

In base all’articolo 38 TULPS i titolari di licenza di collezione di armi antiche sono esonerati dall’obbligo di denuncia di ogni singolo acquisto. La norma è molto sensata, perché il collezionista è già sottoposto a controlli e a prescrizioni, sicché l’aggiunta di una o più armi alla collezione non comporta alcuna trasformazione del rischio per la sicurezza pubblica, a meno che non si tratti di variazioni particolarmente significative, in tal caso da segnalare all’autorità. È tuttavia possibile che ci siano questure e commissariati che pretendono la denuncia ugualmente, anche se il dettato della legge è così chiaro da non prestarsi a nessuna diversa interpretazione.

Foto 003In attuazione del già accennato articolo 32 TULPS, della licenza in parola si occupa pure il relativo regolamento di attuazione, il decreto numero 635 del 6 maggio 1940, che nella formulazione originaria affermava che la licenza per la collezione di armi artistiche, rare od antiche, deve contenere anche l’indicazione dell’epoca a cui risalgono le armi.

Oggi l’odierno articolo 47 del regolamento, modificato dall’articolo 3, comma 1, lettera a) del decreto del Presidente della Repubblica numero 311 del 28 maggio 2001, stabilisce più dettagliatamente che la licenza per la collezione di armi ha carattere permanente e può essere rilasciata anche per una sola arma comune da sparo quando l’interessato non intenda avvalersi della facoltà di detenere l’arma e il relativo munizionamento, per farne uso, previa la denuncia di cui all’articolo 38 della legge. Se la collezione riguarda armi artistiche, rare o antiche, la licenza deve contenere anche l’indicazione dell’epoca a cui risalgono le armi.

La prima parte della disposizione citata (che trova applicazione sia per la collezione di armi antiche sia per quella di armi moderne) significa che l’autorità di Pubblica Sicurezza non può pretendere che l’aspirante collezionista abbia raggiunto o stia per raggiungere il limite massimo di armi, di un tipo o dell’altro, ma, in presenza dei requisiti previsti dalla legge, deve rilasciare la licenza anche a chi non possieda ancora neppure un’arma.

Infatti, la titolarità della licenza deve precedere l’acquisto delle armi e non il contrario. Se una persona rimane al di sotto del limite (tre comuni, sei sportive, otto antiche) non è tenuto a munirsi di alcuna licenza; ma se, per esempio, prevede di rilevare la collezione di un’altra persona, ecco che vi è la necessità di richiedere preventivamente la licenza di collezione (secondo i casi, di armi comuni da sparo o di armi antiche), perché se denunciasse armi in numero superiore al limite citato, prima di richiedere la licenza, si esporrebbe a gravi conseguenze penali.

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Come già accennato, non esistono limiti particolari all’inserimento delle armi antiche in collezione, dato che non si applica a queste armi il limite di un esemplare per ogni numero di catalogo, previsto invece per la collezione di armi comuni da sparo (limite di dubbia sopravvivenza dopo la soppressione del Catalogo nazionale delle armi comuni da sparo).

Anche per le armi antiche in collezione, infine, esiste il divieto di detenzione del munizionamento previsto dal penultimo comma dell’articolo 10 della legge numero 110/1975 per tutte le raccolte o collezioni di armi di qualsiasi genere, escluse quelle per ragioni di commercio o di industria. Per le armi antiche non in collezione, invece, vige sempre il limite indicato nell’articolo 97 del regolamento TULPS, ovvero duecento per pistola o rivoltella e millecinquecento per fucile da caccia.

La custodia

In materia di custodia le armi in esame sono soggette, nella sostanza, alle medesime regole vigenti per ogni altra arma. Si tenga conto del fatto che le armi, per il fatto di essere antiche, rare o artistiche, non sono prive di pericolosità. Occorre perciò adottare opportune cautele e, in caso di collezione, dotarsi di difese antifurto in base alle prescrizioni dell’autorità di Pubblica Sicurezza. Sebbene non espressamente richiamati, si devono dunque ritenere applicabili gli articoli 20 e 20 bis della legge numero 110/1975.

Uso delle armi antiche

Le armi antiche (ad avancarica o a retrocarica), pur se sottoposte a una peculiare disciplina, sono sempre armi da sparo, come tali suscettibili di detenzione, porto, trasporto e uso in ambito sportivo, di caccia o di difesa. Nulla impedisce, infatti, al legale detentore di trasportare un’arma antica in poligono o di portarla per caccia o per difesa, sempre che tutte queste attività vengano svolte nel rispetto della legge e, quindi, essendo in possesso di titoli che abilitano al porto o al trasporto delle armi.

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Per quanto riguarda, in particolare, la caccia, l’articolo 13 della legge numero 157 dell’11 febbraio 1992 (la legge sulla caccia), consente di svolgere l’attività venatoria con fucile ad anima liscia fino a due colpi […] nonché con fucile con canna ad anima rigata a caricamento singolo o manuale. In nessuna parte della disposizione si afferma che deve trattarsi di armi a retrocarica né che deve trattarsi di armi moderne.

La legge sulla caccia persegue la finalità di pretendere dai cacciatori l’utilizzo di armi idonee ad abbattere la selvaggina e, allo stesso tempo, di evitare l’uso di armi capaci di esplodere un numero abnorme di colpi (verosimilmente, per proteggere la selvaggina da abbattimenti indiscriminati). Da questo punto di vista, l’uso di armi ad avancarica o di armi antiche a retrocarica soddisfa pienamente le finalità della legge, senza necessità di porsi altri problemi di natura giuridica; semmai, considerata la sua vetustà, si dovrà valutare lo stato di efficienza dell’arma.

Le sanzioni in materia

Le infrazioni alla legge sulle armi relative alla detenzione e al porto non sono punite in base alla legge numero 895/1967 ma ai sensi del Codice Penale dagli articoli 697 e seguenti. Si veda in proposito l’indirizzo della Cassazione, che con la sentenza numero 39787 del 20 aprile 2015 (imputato Castagna) ha statuito che in tema di armi antiche, non è qualificabile come arma comune da sparo, ai sensi dell’articolo 2 della Legge numero 110 del 1975, quella ad avancarica o comunque fabbricata anteriormente al 1890, atteso il disposto di cui all’articolo 10, settimo comma, della medesima legge, sicché la sua detenzione, senza farne denuncia all’autorità ai sensi degli articoli 38 e 39 T.U.L.P.S., integra la contravvenzione prevista dall’articolo 697 cod. pen. e non la fattispecie delittuosa.

Particolarità delle armi antiche

Come abbiamo visto, la detenzione e la custodia delle armi antiche, artistiche e rare sono disciplinate in modo molto simile alle armi comuni da sparo. Questo significa che non è possibile acquistarle senza un titolo idoneo, cioè senza essere in possesso di licenza di porto d’armi o di nulla osta all’acquisto rilasciato dal questore; che occorre farne regolare denuncia, così come per tutte le armi proprie; che è necessario adempiere ai doveri di custodia né più né meno che per le armi da sparo in generale. Infine, come detto, oltre il numero di otto armi di questa categoria occorre munirsi della specifica licenza di collezione, che permette di farne raccolta senza limiti numerici e senza restrizioni di modello. In realtà, le armi antiche sono vere e proprie armi, sebbene – come abbiamo visto – la legge stabilisca per esse una disciplina sanzionatoria molto più blanda, quella del Codice Penale, meno rigorosa di quella prevista dalle leggi speciali in materia di armi da sparo.

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Il vantaggio di sanzioni più lievi si rivela illusorio nel momento in cui la preoccupazione principale di un detentore o di un collezionista non è tanto quella di essere assoggettato a una pena (cavandosela il più delle volte con il pagamento di una multa o con una pena condizionalmente sospesa) ma quello di vedersi ritirare le licenze di polizia di cui è titolare e di essere destinatario di un provvedimento di divieto di detenzione armi. Stiamo parlando, purtroppo, di una evenienza tutt’altro che rara, sebbene spesso legata solamente a violazioni di carattere formale che non mettono in discussione l’affidabilità della persona. Visto che l’ultima parte dell’articolo 32 del TULPS stabilisce che debbono tuttavia essere denunciati al questore i cambiamenti sostanziali della collezione o del luogo di deposito, si è argomentato che il collezionista di armi antiche non sarebbe tenuto a denunciare ogni acquisto ma solo i “cambiamenti sostanziali” delle armi in collezione. Questo potrebbe consentirgli di arricchire la propria raccolta senza dovere rendere conto della provenienza delle armi. Ci pare però che tale interpretazione sia da prendere con molta prudenza, dato che alla fine l’autorità di Pubblica Sicurezza potrebbe non accettarla, con le prevedibili conseguenze del caso.

Un meditato appello ai governanti

Nell’ormai lontano 1996 lo storico e oplologo tedesco (ma italofilo) Robert Held, residente tra l’Inghilterra e la Toscana, pubblicò a proprie spese un lussuoso pamphlet dedicato alla memoria di Lionello Giorgio Boccia, scomparso in quell’anno, e intitolato L’estinzione di un superbo patrimonio culturale italiano ad opera della legge italiana: un meditato appello ai governanti, con sottotitolo: Da parte dell’autore Robert Held, in consorzio con quarantadue studiosi e collezionisti italiani e stranieri.

Questa edizione fuori commercio, distribuita ai Parlamentari e Ministri d’Italia ed ai custodi della pace pubblica, prendeva spunto dalla constatazione delle incredibili difficoltà che uno storico, come l’autore, incontrerebbe se volesse realizzare un volume sulle armi antiche, in ragione del fatto che nove collezionisti su dieci non sarebbero disposti a mettere i loro pezzi a disposizione di un autore… ma anche se lo fossero, nessun autore e nessun fotografo potrebbe, come già detto, legalmente detenerli in casa o in laboratorio senza espletare preventivamente inani e lumacose girandole di pratiche in Questura e Commissariato, oppure senza correre rischi che pochi collezionisti ed ancor meno autori e fotografi sono disposti ad affrontare. E quindi l’autore deve rinunciare e non farà il bel libro che avrebbe riempito una lacuna nella storiografia italiana. Autogol dello Stato.

Foto boxCome è un ben più doloroso autogol il fatto che, per le estenuanti imposizioni burocratiche introdotte con la legge numero 110/1975, molti collezionisti di armi antiche hanno rinunciato alla propria passione, molti appassionati non vi si sono avvicinati, e chi ha potuto ha venduto all’estero – legalmente o illegalmente – raccolte anche di rilevante importanza per il patrimonio culturale nazionale.

Tutto ciò per l’inutile controllo di oggetti che nel resto del mondo appartengono al mondo dell’antiquariato e non invece a quello delle armi, come accade in Italia: questa imbarazzante realtà – scrive ancora Held – risale ad una legge del 1926 che stabilì una “licenza per collezione di armi rare, storiche ed artistiche”, oggetti questi che in ogni altro paese civile erano, e sono oggi, considerati antichità a stregua di clessidre e candelieri. Dopo aver raccontato ai suoi lettori ciò che tutti noi sappiamo, e cioè che nessun reato violento è mai stato compiuto con una alabarda cinquecentesca o con un archibugio a miccia o a ruota, l’autore auspicava l’adozione di nuove norme che aderissero alla normativa comunitaria (si riferiva all’accordo di Schengen del 14 giugno 1985 e alla direttiva europea del 18 giugno 1991) che definisce come antiche e libere di ogni controllo tutte le armi bianche, tutte le armi da fuoco ad avancarica, e tutte le armi da fuoco a retrocarica prodotte prima del 1° gennaio 1870 (Categoria D). Come è in quasi tutta l’Europa.

Dopo due decenni nulla di tutto questo si è ancora realizzato, forse perché troppo semplice e sensato, e Robert Held è scomparso un paio di anni fa senza essere mai riuscito a fare il suo libro L’arte dell’archibusaro in Italia, 1600-1850… spetta dunque a noi riproporre il suo meditato appello ai governanti (Luca Soldati).