Armi e rischio di abuso: luoghi comuni ed evidenze scientifiche.

Armi e rischio di abuso: luoghi comuni ed evidenze scientifiche.

Le armi sono pericolose, non c’è dubbio: nelle mani sbagliate possono provocare danni irreparabili. Ma sono anche affascinanti, utili, necessarie, rilassanti, a volte indispensabili, persino divertenti.

Parlarne in questi termini in pubblico può forse sembrare scandaloso, ma questa realtà positiva è testimoniata dal grandissimo numero di collezionisti, addetti a servizi armati e titolari di porto d’armi per difesa, cacciatori e tiratori che portano e usano armi in piena legalità e sicurezza.

Il mondo delle armi giunge però di solito alla ribalta delle cronache non per questo quotidiano uso civilissimo, ma quasi esclusivamente in occasione di gravi eventi violenti. Gli aspetti positivi sono invece generalmente ricordati soltanto nell’ambito ristretto degli appassionati e delle riviste di settore. Quando i mass media toccano il tema delle armi è dato un ruolo prevalente agli aspetti clamorosi rispetto alla realtà obiettiva e alle analisi documentate.

Certo purtroppo non mancano anche in Italia fatti gravi che invitano alla riflessione. Ne ricordiamo solo qualche esempio.

A fine giugno di quest’anno nella sede del comando della polizia municipale di un comune dell’hinterland di Milano un agente ha ucciso a colpi di pistola il vicecomandante e poi ha rivolto l’arma contro se stesso per togliersi la vita; le cronache giornalistiche hanno attribuito l’origine del fatto a screzi e incomprensioni sul lavoro.

La sera prima, in provincia di Ascoli, un istruttore di tiro trentenne, secondo le cronache spinto da motivi personali, ha raggiunto il poligono dove a volte lavorava e ha prelevato una pistola e le munizioni, per poi spararsi a una tempia vicino all’auto. Si tratta solo di due episodi recenti fra i tanti riportati dalle cronache. E in passato non sono mancati anche casi molto più gravi. Se infatti gli omicidi di massa sono un fenomeno molto diffuso negli Stati Uniti, anche in Italia si sono verificati fatti di questo genere.

Il 3 novembre 2007 a Guidonia il cinquantaduenne Angelo Spagnoli, un ufficiale dell’esercito in pensione, aveva aperto il fuoco contro i passanti con il risultato di uccidere due persone e ferirne sette, tra cui due poliziotti. La casa era stata fortificata con una casamatta di sacchetti di sabbia costruita sul balcone e l’appartamento era disseminato di trappole.

Il 27 giugno 2005 in provincia di Novara Angelo Sacco, 54 anni, si era barricato in casa sparando con un fucile da caccia contro i carabinieri e l’ufficiale giudiziario che gli stava notificando una ingiunzione di sfratto, uccidendo uno dei militari e il funzionario. Sacco aveva poi sparato in strada uccidendo un motociclista. Nove sono stati i feriti: tra questi sei carabinieri.

Il 5 maggio 2003 l’episodio più noto a Milano dove un giovane, Andrea Calderini, dopo aver ucciso con la sua pistola la giovane compagna e una vicina di casa sparava dal balcone ferendo tre passanti e si suicidava.

Il 2 maggio 2003 ad Aci Castello il trentaduenne lavoratore precario del comune Giuseppe Leotta aveva ucciso tre persone e il sindaco con due pistole per poi anch’egli suicidarsi.

Il fatto più grave era avvenuto a Chieri (in provincia di Torino) nell’ottobre del 2002 quando il quarantenne Mauro Antonello, ex metronotte, uccise l’ex moglie, la madre di questa, l’ex cognato e la moglie, e tre vicini di casa per poi infine uccidersi.

Non v’è dunque dubbio sul fatto che la possibilità di abuso violento di armi legali e detenute nel pieno rispetto della legge renda evidente la necessità di procedure di valutazione dell’idoneità alla loro detenzione e al porto. Considerata la serietà del rischio, è infatti necessario proteggere la società e i singoli individui da abusi pericolosi, in particolare accertando che i soggetti che le maneggiano siano in possesso dei necessari requisiti di salute mentale e di stabilità emotiva. L’obiettivo è teoricamente facile da raggiungere, ma nella pratica le cose vanno in modo ben diverso. Il tema è importante anche nel nostro Paese dove milioni di cittadini detengono un’arma o la utilizzano per scopi ricreativi, sportivi o professionali, compreso il personale delle forze armate, quello dei corpi di sicurezza pubblica, della polizia locale e degli istituti privati di vigilanza.

In queste pagine non parleremo delle armi illegali o illecitamente detenute, che sono una vera piaga sociale ma che nulla condividono con la detenzione legale di armi, anche se troppo spesso nelle cronache il tema è associato impropriamente a quest’ultima. Nonostante il clamore con il quale sono presentati episodi come quelli sin qui riportati, sui media sono rare le analisi obiettive e realmente informate del fenomeno, e la situazione delle conoscenze obiettive sull’abuso di armi legali in Italia è poco incoraggiante. Un approccio scientifico a un problema richiede la conoscenza di dati obiettivi: dati che, su questa materia, in larga parte oggi mancano. Le considerazioni che seguono provengono dall’attività di studio degli autori sul rischio di abuso di armi legalmente detenute avviata diversi anni fa presso l’Università degli Studi di Milano a seguito di gravi fatti di cronaca analoghi a quelli che si sono ricordati.

Le norme attualizzate

Lo Stato italiano ha emanato il decreto legislativo 26 ottobre 2010 numero 204 (Gazzetta Ufficiale 288 del 10 dicembre 2010 con provvedimento entrato in vigore il 1° luglio 2011) che ha recepito nel nostro ordinamento la direttiva 2008/51/CE che modifica la direttiva 91/477/CEE del Consiglio, relativa al controllo dell’acquisizione e della detenzione di armi. Il decreto reca numerose modifiche a testi previgenti come il regio decreto numero 773 del 18 giugno 1931 (il cosiddetto Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza o TULPS), il decreto legislativo numero 527 del 1992, la legge 895 del 1967 e la legge 110 del 1975. Questa revisione ad ampio raggio della normativa previgente tocca anche il tema dell’accertamento delle condizioni psicofisiche degli aspiranti alla detenzione legale di armi da fuoco.

In particolare, le modificazioni apportate dal decreto legislativo 204/2010 al TULPS hanno condotto alla sostituzione integrale dell’articolo 35 di quest’ultimo il cui comma 5 vieta oggi di vendere o in qualsiasi altro modo cedere armi a privati che non siano muniti di permesso di porto d’armi ovvero di nulla osta all’acquisto rilasciato dal questore, soggiungendo al comma 7 che il questore subordina il rilascio del nulla osta stesso alla presentazione di certificato rilasciato dal settore medico legale delle Aziende sanitarie locali, o da un medico militare, della Polizia di Stato o del Corpo nazionale dei vigili del fuoco, dal quale risulti che il richiedente non è affetto da malattie mentali oppure da vizi che ne diminuiscono, anche temporaneamente, la capacità di intendere e di volere, ovvero non risulti assumere, anche occasionalmente, sostanze stupefacenti o psicotrope ovvero abusare di alcool, nonché dalla presentazione di ogni altra certificazione sanitaria prevista dalle disposizioni vigenti. L’innovazione apportata dal decreto legislativo 204/2010 è stata duplice. Per un verso, è stato reso doveroso per il questore subordinare il rilascio del detto nulla osta alla presentazione del certificato medico. Nella vecchia formulazione dell’articolo 35 citato, infatti, era solo in facoltà del questore richiedere il certificato (del medico provinciale o dell’ufficiale sanitario, o di un medico militare dal quale risulti che il richiedente non è affetto da malattie mentali oppure da vizi che ne diminuiscono, anche temporaneamente, la capacità di intendere e di volere) prima di esprimersi sul rilascio del nulla osta. Il testo odierno impone invece senza eccezione che il questore acquisisca, e perciò doverosamente valuti, il certificato medico (che oggi – altra innovazione – può provenire anche da un medico della Polizia di Stato o del Corpo nazionale dei vigili del fuoco).

Per secondo verso, mentre la precedente formulazione dell’articolo 35 stesso restringeva le certificazioni mediche che il questore aveva in facoltà di richiedere a quelle del medico provinciale o dell’ufficiale sanitario, o di un medico militare, l’odierno comma 7 dell’articolo 35 aggiunge la necessità che il questore controlli doverosamente pure che l’interessato non risulti assumere, anche occasionalmente, sostanze stupefacenti o psicotrope ovvero abusare di alcool. A questi fini – e si tratta di un’altra rilevante innovazione – il questore, oltre a basarsi sui detti certificati medici specificamente previsti dall’articolo 35, può fare capo a ogni altra certificazione sanitaria prevista dalle disposizioni vigenti, sempre che essa provenga da medici in attività (il TAR Puglia, Lecce, Sezione II, 20 novembre 2014, numero 2848 sottolinea l’inutilizzabilità di certificazioni stilate da un medico in quiescenza).

In sintesi, nel testo normativo il controllo questorile poggiato su risultanze mediche è passato a essere doveroso ed esso può fare capo non più a un numero chiuso di certificazioni mediche direttamente indicate dalla norma, ma a ogni certificazione medica conosciuta dall’ordinamento. Il significato sostanziale appare essere quello di promuovere un controllo non meccanicistico, ma teso a chiarire nella sostanza le condizioni psicofisiche dell’interessato. E ciò anche nel paradigma generale dell’istruttoria dei procedimenti amministrativi secondo l’articolo 6 della legge 241 del 1990 (la legge generale sul procedimento amministrativo) in forza del quale la Pubblica Amministrazione accerta di ufficio i fatti, disponendo il compimento degli atti all’uopo necessari, e adotta ogni misura per l’adeguato e sollecito svolgimento dell’istruttoria, avendo essa in particolare il potere-dovere di chiedere il rilascio di dichiarazioni e la rettifica di dichiarazioni o istanze erronee o incomplete, così come può esperire accertamenti tecnici ed ispezioni ed ordinare esibizioni documentali.

Fatte queste premesse sul quadro normativo di riferimento, segnaliamo che a mente dell’articolo 3, comma 10, del decreto legislativo 204/2010 il provvedimento con cui viene rilasciato il nulla osta all’acquisto delle armi, nonché quello che consente l’acquisizione, a qualsiasi titolo, della disponibilità di un’arma, deve essere comunicato a cura dell’interessato ai conviventi maggiorenni, anche diversi dai familiari, compreso il convivente more uxorio, individuati dal regolamento e indicati dallo stesso interessato all’atto dell’istanza, secondo le modalità definite nello stesso. L’articolo 6, comma 2, del medesimo decreto reca poi la norma transitoria secondo la quale con decreto del Ministro della salute, di concerto con il Ministro dell’interno, da adottarsi entro 180 giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, sono disciplinate le modalità di accertamento dei requisiti psico-fisici per l’idoneità all’acquisizione, alla detenzione ed al conseguimento di qualunque licenza di porto delle armi, nonché al rilascio del nulla osta… Con il medesimo decreto, sentito il Garante per la protezione dei dati personali, sono, altresì, definite le modalità dello scambio protetto dei dati informatizzati tra il Servizio sanitario nazionale e gli uffici delle Forze dell’ordine nei procedimenti finalizzati all’acquisizione, alla detenzione ed al conseguimento di qualunque licenza di porto delle armi. Ma questo regolamento attuativo della norma primaria non è a oggi ancora stato emanato.

Il decreto legislativo 204/2010 non si è invece preoccupato di definire se nelle more dell’adozione del regolamento attuativo ancora mancante le procedure – almeno nell’ambito della valutazione dell’idoneità sanitaria al maneggio delle armi – vadano condotte secondo il decreto ministeriale 28 aprile 1998 (che indica i “Requisiti psicofisici minimi per il rilascio ed il rinnovo dell’autorizzazione al porto di fucile per uso di caccia e al porto d’armi per uso di difesa personale”). Può ritenersi che il decreto stesso tuttora svolga il ruolo di testo di riferimento, ferma la necessità di integrarlo con la disciplina recata dall’innovato articolo 35 TULPS nelle parti (essenzialmente quella dell’obbligo di acquisire la documentazione medica che consenta di valutare nella sostanza le condizioni dell’interessato richiedente) in cui essa non esiga le disposizioni attuative del regolamento che si attende dopo sette anni dall’entrata in vigore del decreto legislativo 204/2010.

Vale allora la pena ricordare che il citato decreto ministeriale identifica l’idoneità psichica in materia di armi con la assenza di disturbi mentali, di personalità o comportamentali e che in particolare essa sia incompatibile con stati di dipendenza da sostanze stupefacenti, psicotrope e da alcool, precisato anche che costituisce causa di non idoneità l’assunzione anche occasionale di sostanze stupefacenti e l’abuso di alcool e/o psicofarmaci.

Le procedure e i certificati

La valutazione dell’idoneità psicofisica è articolata in due fasi. La prima prevede che, come richiede l’articolo 3, comma 2, del decreto ministeriale 28 aprile 1998, l’interessato che acceda al suddetto accertamento debba all’uopo presentare un certificato anamnestico (da compilarsi secondo il modello rilasciato dal medico di fiducia di cui all’art. 25 della legge 23 dicembre 1978, n. 833, di data non anteriore a tre mesi). La seconda fase vuole che l’accertamento dei requisiti psicofisici sia effettuato dagli uffici medico legali o dai distretti sanitari delle Unità Sanitarie Locali o dalle strutture sanitarie della Polizia di Stato. Il momento della certificazione anamnestica da parte del medico di medicina generale costituisce la prima presa di contatto tra l’interessato e le strutture pubbliche preposte a vagliarne i requisiti. Si tratta di un momento particolarmente delicato perché, se l’acquisizione della certificazione anamnestica non esaurisce le verifiche, le sue risultanze sono comunque in grado di orientare il corso delle successive valutazioni.

Ulteriori accertamenti sono affidati (comma 1 dell’articolo 2 del decreto ministeriale citato) alle competenti strutture pubbliche e sono prescritti dal ‘medico certificatore’ appartenente agli uffici medico legali e agli altri enti sopra citati (comma 3 dello stesso articolo 2). È però ovvio il rischio che questi eventuali accertamenti siano, o meno, orientati in base al contenuto della (auto)certificazione all’origine del procedimento di verifica. Più volte questa normativa è stata criticata, soprattutto in occasione di eventi clamorosi avvenuti da parte di soggetti con conclamati disturbi psichici, regolarmente in possesso però di armi da fuoco.

In diverse drammatiche occasioni ci si è interrogati su come possano essere sfuggite ai controlli sanitari condizioni di alterazione psichica così evidenti da poter essere diagnosticate con facilità. O all’opposto ci si è chiesti perché a volte tante persone avessero percepito un rischio senza però far valere la propria preoccupazione nelle sedi appropriate, che avrebbero potuto avviare i necessari controlli.

In prospettiva, già nelle more del decreto attuativo previsto dall’articolo 6 del decreto legislativo 204 del 2010 (e mancante da allora…), i controlli potrebbero già ora risultare maggiormente approfonditi alla luce delle novità che si sono analizzate in capo all’articolo 35 TULPS riscritto dal decreto legislativo 204. L’assegnazione con chiarezza al questore di un dovere di valutazione della documentazione medica ai fini del nulla osta, e l’orientamento di questa verifica in chiave di sostanza (come conferma la possibilità di fare capo a ogni tipo di certificazione medica previsto dall’ordinamento), in conformità a canoni generali di buon andamento amministrativo, permettono già ora di condurre – anche promuovendo gli approfondimenti medici del caso – verifiche di buon livello di serietà. L’auspicato avvento del decreto attuativo latitante da anni potrà completare il quadro normativo e rendere queste verifiche più fluide e prevedibili nei loro passaggi.

Considerazioni cliniche

Per assicurare la sicurezza in materia di armi in termini preventivi, le scelte dei diversi Stati possono riassumersi in due strategie: l’adozione di legislazioni restrittive volte a limitare la possibilità dei cittadini di acquisire le armi da fuoco o l’introduzione di procedure di indagine finalizzate a escludere gli elementi di rischio connessi all’uso di armi legalmente detenute.

Al momento non è possibile stabilire scientificamente quale delle due strade sia preferibile per la prevenzione di eventi criminosi commessi con armi da fuoco detenute sulla base di regolare autorizzazione. Alcuni autori hanno documentato l’efficacia di normative restrittive ai fini della riduzione dell’incidenza di omicidi e suicidi, mentre altri non sono pervenuti alle medesime conclusioni. Nel contesto britannico, in particolare, le politiche restrittive adottate con la normativa del 1997 sono risultate inefficaci nella riduzione di eventi violenti.

Certamente non risulta opportuno complicare gli accertamenti sanitari per scoraggiare la detenzione legale di armi e gli accertamenti previsti devono rispondere a criteri di efficacia fondati su evidenze e di efficacia economicamente sostenibile.

Esistono ancora scarse ricerche cliniche sulle pratiche sanitarie di valutazione e prevenzione così come esistono ancora pochi studi scientifici circa gli effetti della normativa europea sulla sicurezza individuale e collettiva in rapporto alla detenzione di armi da fuoco. Per approfondimenti si rinvia al sito www.ricercawar.com che raccoglie i principali studi italiani sul tema della prevenzione del rischio di abuso di armi da fuoco. Da un punto di vista clinico non si conoscono con precisione dati su quali malattie psichiche siano legate più frequentemente all’abuso di armi.

La causa di omicidi in famiglia e di suicidi è generalmente attribuita a depressione o al cosiddetto raptus, evento in realtà difficilmente riconducibile a una precisa diagnosi clinica. Molti abusi potrebbero essere il risultato dell’interazione tra fattori diversi, anche situazionali e ambientali, ma non esistono oggi elementi in grado di giustificare e orientare valutazioni più approfondite e complesse rispetto a quelle attualmente utilizzate.

La ricerca sulla prevenzione degli abusi di armi legali è ancora scarsissima e proprio su questo tema avevamo tenuto nell’ormai lontano 12 aprile 2008 una relazione al XXIV Convegno Nazionale di Studio sulla disciplina delle armi, svoltosi a Brescia, intitolato Armi e sicurezza pubblica.

Quella relazione ricordava come in Italia la ricerca sia stata ostacolata dalla mancanza di dati fondamentali quali innanzitutto il numero di armi legalmente detenute nei diversi anni dai cittadini. A distanza di anni la situazione non pare cambiata.

Siamo davvero sicuri che il numero di armi possedute dagli italiani sia aumentato di recente? Con quale grado di precisione viene prospettata questa stima? I numeri esistenti non consentono una analisi attendibile del fenomeno.

Se le fonti ufficiali riportano numeri sulle licenze di porto d’armi, i dati relativi alle armi denunciate presso le autorità di Pubblica Sicurezza risultano inaccessibili agli studiosi perché in molti casi conservati ancora su supporti esclusivamente cartacei e questo giustifica in parte la circolazione di dati limitati. Il numero di armi legalmente detenute è reputato oscillare fra i dieci e i tredici milioni; una differenza di tre milioni non è una quantità trascurabile ai fini della elaborazione di teorie mentre non si conosce nulla di certo intorno all’andamento storico del numero di armi detenute nel corso del tempo e per effetto della legge 110 del 1975.

Possibili innovazioni senza costo

Alla luce di quanto esposto sarebbe possibile aumentare la sicurezza senza aumentare oneri e spese. Riassumiamo alcune idee. Se il medico non può essere utilizzato ragionevolmente per prevedere il comportamento futuro, può essere senz’altro una indispensabile fonte di notizie su passato e presente dei soggetti.

La maggior parte delle condizioni psicopatologiche maggiori può essere identificabile dal medico curante attraverso un colloquio clinico, un esame obiettivo e in base ai dati anamnestici riferiti anche a pregresse patologie e cure del paziente a lui note.

Ogni dato clinico potenzialmente di rilievo dovrebbe essere valutato da un secondo clinico. Se il paziente si rifiuta di produrre al secondo medico la certificazione eventualmente attestante elementi anamnestici è libero di interrompere l’iter di valutazione rinunciando a ottenere il titolo di porto d’armi.

Appare quindi ragionevole proporre che eventuali nuove procedure di valutazione prevedano che la funzione del primo medico incaricato della certificazione anamnestica (oggi il medico di medicina generale) non si limiti alla compilazione di una scheda anamnestica sintetica ma comprenda la raccolta di un’anamnesi completa e un colloquio clinico comprensivo dell’esame psichico (cioè si svolga una visita e non vi sia solo la controfirma delle dichiarazioni del paziente). In caso di recente cambio del medico di medicina generale dovrà essere possibile acquisire la documentazione dal precedente curante.

Ogni medico poi dovrà avere la possibilità di conoscere se un suo paziente detenga armi e dovrà poter riferire informalmente all’autorità responsabile delle autorizzazioni in materia di armi, in presenza di sospetti per turbe psichiche o comportamentali.

Infine dovrà essere previsto un protocollo operativo per la valutazione psichica da seguire da parte dei medici certificatori (e da parte di eventuali specialisti della salute mentale incaricati in casi dubbi) per evitare una eccessiva discrezionalità.

Ciò appare tanto più in sintonia con l’innovazione del quadro normativo ex articolo 35 TULPS coniugata a principi amministrativi generali che vogliono che l’istruttoria di ogni procedimento (e perciò pure di quello questorile afferente al rilascio o diniego del nulla osta) sia condotto anche d’ufficio con ogni approfondimento necessario sui dati della realtà fattuale e giuridica.

Approfondimento delle valutazioni

Nella letteratura giuridica è stata segnalata l’opportunità di affidare la valutazione dei casi dubbi a un organismo collegiale che possa anche valutare certificazioni prodotte dagli interessati e disporre ogni accertamento eventualmente necessario alla identificazione delle condizioni di rischio.

Dovrebbe essere ampliata la possibilità di ricorrere al ‘Collegio medico’, prevista dall’articolo 4 del decreto ministeriale del 1998, anche da parte degli uffici competenti al rilascio delle autorizzazioni di polizia: l’attuale decreto riserva questa facoltà soltanto al richiedente al quale viene negato il certificato.

Sarebbe necessario per Questure e Prefetture poter disporre della consulenza per sostenere l’idoneità o il suo diniego con una valutazione tecnica sia in caso di problematiche interpretative sulle certificazioni, come nel caso della presentazione di due certificati con giudizi di idoneità contrapposti, sia per la valutazione dell’idoneità ove si ravvisino elementi che possano far dubitare della sua sussistenza in soggetti che detengono armi.

Occorre probabilmente approfondire la possibilità di poter disporre, in deroga alle norme sul segreto professionale e sulla privacy, nel caso di condizioni a rischio di violenza o altri segnali di allarme riscontrate durante lo svolgimento della comune pratica clinica in soggetti titolari di porto d’armi, l’invio del paziente a una valutazione specialistica, anche in condizioni che non richiedono il referto.

Tale possibilità in Italia era in passato prevista dall’articolo 153 del TULPS, che prevedeva l’obbligo per gli esercenti una professione sanitaria di denunciare all’autorità di Pubblica Sicurezza le persone assistite o esaminate affette da malattie di mente che dimostrassero o dessero sospetto di essere pericolose per sé e gli altri. Tale prescrizione normativa è stata implicitamente abrogata dalla legge 180 del 1978 (la cosiddetta Legge Basaglia) che ha riformato i trattamenti nel campo della salute mentale portando, tra l’altro, alla chiusura dei manicomi.

Pur nel rispetto dei diritti dei pazienti, e anche a tutela della loro incolumità, potrebbero essere sviluppate procedure per verificare se pazienti con disturbi mentali gravi o in condizione di grave scompenso, quali quelli in Trattamento Sanitario Obbligatorio, detengano armi. Uno studio statunitense riporta che l’1 percento dei pazienti ospedalizzati per una patologia psichica riferisce spontaneamente di possedere armi mentre il 9 percento risponde affermativamente se una domanda sulla detenzione di armi è inserita nell’anamnesi.

Appare anche da considerare la possibilità che ogni medico di medicina generale abbia strumenti per conoscere se un suo paziente detenga armi e possa riferire informalmente all’autorità responsabile delle autorizzazioni in materia di armi, in presenza di sospetti per turbe psichiche o comportamentali.

Dovrebbe essere prevista la presenza di specialisti della salute mentale (anche psicologi clinici) nelle commissioni destinate alla valutazione di casi con sospette turbe psichiche.

Conclusioni

La tendenza a considerare l’omicidio o il suicidio con armi da fuoco come sintomo di una malattia psichica appare riduttiva ed è opportuno sottolineare l’esigenza di non restringere la lettura di questi fenomeni entro parametri esclusivamente medici o psichiatrici.

È opportuno però migliorare la formazione dei clinici sul tema specifico e sulle procedure in caso di situazioni problematiche. La formazione medica sul tema specifico della prevenzione in materia di armi è segnalata come ambito estremamente importante ma suscettibile di miglioramento anche nelle società scientifiche statunitensi. La necessità di una formazione sullo specifico problema è ancor più importante se si considera la difficoltà per i professionisti di fare esperienza, a causa del ristretto numero di situazioni problematiche legate alla detenzione di armi che si verificano nell’arco della vita professionale di un clinico.

Tutte le misure descritte non possono comunque essere disgiunte dalla necessità di garantire che i responsabili delle procedure amministrative possano disporre di tutte le informazioni utili per la valutazione di precedenti condotte pericolose, compresi i precedenti non inseriti nel casellario giudiziale. Il problema della valutazione, infatti, non riguarda soltanto le valutazioni sanitarie ma anche le possibilità di collaborazione fra forze di polizia e clinici.

Gli autori

Carlo Alfredo Clerici è ricercatore di psicologia generale presso l’Università Statale di Milano e autore di numerosi studi scientifici sul tema della prevenzione del rischio di abuso di armi legalmente detenute. Roberto Invernizzi è avvocato cassazionista, appartenente al Foro di Lecco, titolare di numerose pubblicazioni su temi vari di diritto amministrativo, disciplina della quale è specialista e nella quale si svolge dal 1992 la sua attività professionale.

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