Custodia delle armi: cosa bisogna sapere, cosa dicono i giudici

Custodia delle armi: cosa bisogna sapere, cosa dicono i giudici

La custodia delle armi è una precisa responsabilità del loro possessore: vediamo dunque come bisogna custodire le armi secondo la legge.

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Il buon senso ci suggerisce di non trascurare la custodia di cose preziose come gioielli e denaro, o di oggetti che, pur se non preziosi per gli altri, lo sono per noi: è il caso, per esempio, delle fotografie e dei ricordi di famiglia. Per queste cose la legge di solito non si preoccupa di stabilire regole per la custodia, perché in genere questa attenzione è demandata alla persona stessa che vi ha interesse. In materia di armi, invece, a causa della loro intrinseca pericolosità il legislatore si è preoccupato di introdurre nel tempo disposizioni via via più severe a seconda della tipologia di armi, del titolo in base al quale sono detenute, e del contesto familiare e ambientale in cui sono tenute.

Come vedremo, sussiste una distinzione molto importante, tanto che esistono disposizioni diverse che si occupano di regolare il tema della custodia delle armi in funzione degli specifici rischi che si vogliono prevenire. Infatti, mentre la custodia ordinaria prescritta dall’articolo 20 della legge numero 110 del 18 aprile 1975 sembra essere imposta (quantomeno, a giudicare dalle massime giurisprudenziali che se ne occupano) soprattutto per prevenire i furti, quella speciale, successivamente introdotta con l’articolo 20 bis della stessa legge, è finalizzata a evitare l’impossessamento delle armi da parte di minori o di persone con problemi psichici.

L’obbligo di custodia generico

L’articolo 20 della legge numero 110 stabilisce che la custodia delle armi […] e degli esplosivi deve essere assicurata con ogni diligenza nell’interesse della sicurezza pubblica: è questa la norma base. Diciamo anzitutto che tale obbligo di diligenza si riferisce alle sole armi da sparo, cioè alle armi da fuoco e alle armi ad aria o gas compressi di potenza superiore a 7,5 Joule. Ne è quindi esclusa l’applicabilità alle armi bianche, e agli strumenti da punta e da taglio (che non sono armi proprie ma che sono soggetti a divieto di porto). Si vede subito che la disposizione è molto vaga, in quanto non indica alcuna particolare modalità di custodia, prescrivendo solo che la stessa avvenga con ogni diligenza, quindi – diciamo noi – con la massima diligenza possibile. Ma questo non ci spiega ancora che cosa, in concreto, dobbiamo fare per custodire le armi in modo appropriato.

pistola con custodia

Prima di ragionare sulla portata di questo obbligo, cerchiamo di capire quale sia la finalità per cui esso è stato posto. La chiave è costituita dall’ultima parte della disposizione citata, là dove si legge: nell’interesse della sicurezza pubblica. Questo vuol dire che l’obiettivo primario cui mirava il legislatore del 1975 è quello di evitare che le armi incustodite possano rappresentare un pericolo per la sicurezza collettiva, per esempio nel caso in cui esse venissero sottratte, potendo così essere usate per fini illeciti o essere causa di incidenti. Ma in che modo si può dimostrare di avere adottato una custodia diligente nel caso in cui – nonostante tutto – si verifichi un furto, oppure in occasione di un controllo da parte delle autorità, possibile in base al disposto dell’articolo 38 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza?

Da un punto di vista interpretativo, l’unico modo di trovare riferimenti per stabilire la correttezza del nostro operato è quello di riferirsi alle sentenze pronunciate dai giudici su questo argomento, i quali hanno dovuto decidere, in singoli casi sottoposti al loro esame, se sussisteva o non sussisteva il reato di omessa custodia.

La giurisprudenza di Cassazione

Per esempio, con la sentenza numero 16609/2013 (imputato Quaranta) la Corte di Cassazione ha ritenuto integrati gli estremi del reato con riferimento alla condotta consistente nell’aver lasciato le armi ancora funzionanti, seppur vetuste, in bella evidenza nell’abitazione in assenza di ulteriori accorgimenti e precauzioni. Con la sentenza numero 5697/2013 (imputato Avoyer), si è affermato che, al contrario, non costituisce violazione dell’obbligo di diligenza nella custodia delle armi, previsto e sanzionato dall’articolo 20, la detenzione, da parte di taluno, di un fucile da caccia all’interno della autorimessa di sua esclusiva proprietà.

Continuando nella disamina di sentenze della Cassazione meno recenti, rispetto a quelle sopra citate, troviamo decisioni che ritengono integrato il reato nel caso della custodia di una pistola calibro 9 nel cassetto di un comò privo di sistemi di chiusura; nella condotta di colui che lascia un fucile da caccia all’interno di una autovettura parcheggiata in una zona dove è possibile l’esercizio di attività venatoria, sussistendo la concreta possibilità che estranei entrino agevolmente in possesso dell’arma lasciata alla loro portata; nel caso in cui le armi erano state tenute in un armadio chiuso a chiave ma le chiavi erano state collocate sopra il mobile stesso, consentendone l’agevole individuazione da parte dei ladri.

foto-010Ne troviamo altre che, invece, escludono il reato nel caso di una persona che aveva custodito le armi, non visibili, in una soffitta, pertinenza dell’appartamento, dotata di porta con chiusura a chiave, in una fessura ricavata da uno spazio tra il soffitto e un muro in costruzione, il cui accesso era possibile solo servendosi di una scala; nel caso di un soggetto il quale aveva tenuto due fucili da caccia sopra un armadio all’interno della propria abitazione, dotata di porte blindate e di inferriate alle finestre; quando un’arma, anche carica, sia stata lasciata all’interno della camera da letto di una abitazione occupata solo da due persone adulte e posta in luogo isolato, distante circa due chilometri dal più vicino centro abitato; nel caso di una pistola custodita in un armadietto chiuso a chiave; nel caso di arma detenuta in un appartamento chiuso a chiave e sull’alto di un armadio.

Come si può agevolmente comprendere dalla lettura dei casi che precedono, non esiste una regola assoluta che permetta al cittadino di conoscere le corrette modalità di custodia e che lo metta al riparo di ogni possibile inconveniente giudiziario.

Dalle sentenze della Cassazione si evince poi un altro dato allarmante: in molti casi, l’interessato ha dovuto ricorrere al giudice di legittimità perché in primo grado e/o in appello era stato condannato a seguito della sottrazione delle armi. Spesso infatti, in conseguenza della denuncia di furto da parte dello stesso detentore, gli organi di polizia fanno rapporto all’autorità giudiziaria per il reato di omessa custodia di armi, come se la sottrazione dell’arma fosse la prova inconfutabile della inadeguatezza della custodia. Come regolarsi, dunque?

La questione delle difese

Il punto basilare, più volte ribadito dai giudici, è che il semplice detentore, non collezionista, non è tenuto ad adottare difese antifurto, vale a dire che non deve comprare una cassaforte né allestire in casa difese passive o allarmi elettronici. La custodia – diciamo noi – deve essere anche valutata in relazione al numero e alla pericolosità delle armi detenute, e questo perché, ovviamente, il pericolo di furti cresce in rapporto all’aumentare del numero delle armi detenute.

In linea di massima, dai casi specifici trattati dalla giurisprudenza si evince che per i giudici è sufficiente che il sistema di custodia adottato sia tale da non rendere agevole l’accesso alle armi. Per esempio, tenere l’arma in un cassetto non chiuso a chiave oppure in un armadio chiuso a chiave ma con le chiavi facilmente rintracciabili sono state ritenute ipotesi di custodia non corrette. Invece, la detenzione di un fucile da caccia in una autorimessa ben chiusa e in uso al detentore, o l’occultamento delle armi in una soffitta, raggiungibile solo mediante l’uso di una scala, sono stati ritenuti adeguati.

cassaforte con fucili

Anche l’ultimo caso menzionato tra le precedenti massime giurisprudenziali, quello dell’arma nascosta su un armadio (quindi non sotto chiave) ma in un appartamento chiuso a chiave, ci fa capire che l’errore da non commettere è quello di determinare una situazione in cui un malintenzionato, semplicemente aprendo una porta o mettendo le mani sulla parte alta di un armadio, riesca a impossessarsi delle armi. Si tratta di una regola di buon senso: nessuno lascerebbe una ingente somma di denaro o i gioielli di famiglia in un cassetto non chiuso a chiave, lasciando la porta di casa aperta quando esce. Non c’è perciò ragione di regolarsi in modo diverso per quanto riguarda le armi e, anzi, mentre nel primo caso si rischia solo di vedersi sottratti i propri beni, nel secondo si andrebbe pure incontro a un processo e a una quasi certa condanna.

Pertanto, se l’arma, pur se non chiusa in un cassetto o in un mobile, è stata sottratta dal ladro che ha dovuto forzare la porta di casa, non si avrà il reato di omessa custodia, in quanto il ladro ha dovuto superare una difesa adeguata posta a tutela del domicilio e delle armi che vi erano custodite. Se, invece, il ladro è stato facilitato dalla negligenza del detentore che aveva lasciato le armi alla portata di chiunque, senza nemmeno preoccuparsi di chiudere a chiave la porta di casa, probabilmente l’autorità giudiziaria ravviserà la sussistenza del reato.

Sempre in base alle massime giurisprudenziali non è poi possibile custodire le armi in un’autovettura in sosta, perché – dicono i giudici – è un dato di comune esperienza che le autovetture sono spesso oggetto di attenzione da parte dei ladri. In merito, da molti anni vi è anche una precisa indicazione da parte delle autorità di Pubblica Sicurezza, giacché sulle licenze di porto d’armi molti uffici preposti appongono un timbro con la dicitura: È fatto divieto di lasciare l’arma sull’autovettura incustodita. Un divieto che non è nelle leggi, ma rientra tra quelli che, a norma dell’articolo 9 del Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza, l’autorità ha facoltà di imporre nell’interesse della collettività ai titolari di licenze di Pubblica Sicurezza. Tale facoltà non si estende ai detentori di armi che non siano anche titolari di licenza di porto d’armi o di altra licenza; in ogni caso, questa prescrizione ribadisce un divieto che – se, come detto, non è espressamente contenuto nella legge – è ricavabile in via interpretativa, come ha fatto la Corte di Cassazione.

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Una volta accettati questi punti di riferimento, rimane il dubbio di quale possa essere la ragione, per chi possiede armi, anche eventualmente – come diremo più avanti – per difesa abitativa, per non acquistare una cassaforte di dimensione adeguata al numero e alla tipologia di armi possedute. Non stiamo parlando necessariamente di casseforti ad altissima sicurezza ma, semplicemente, di armadi blindati, che esistono in ogni tipo, dimensione e costo.

Una volta dotati di tali strumenti, si può stare più che certi che nessuna contestazione di omessa o negligente custodia potrà essere formulata a carico del detentore, in conseguenza di un eventuale furto: sempre che, ovviamente, si abbia avuto l’accortezza di tenerla chiusa e senza le chiavi lasciate nella serratura o facilmente reperibili all’interno dell’abitazione.

L’obbligo di custodia speciale

Occupiamoci ora dell’articolo 20 bis della già citata legge numero 110, le cui prescrizioni sono strettamente connesse a quelle in materia custodia generica, tanto che non è raro constatare come le due norme vengano confuse anche da parte delle forze di polizia e, qualche volta, perfino dai giudici.

Il primo comma dell’articolo 20 bis stabilisce il divieto di consegnare armi a determinate categorie di persone. In particolare: ai minori degli anni diciotto, che non siano in possesso della licenza dell’autorità; alle persone anche parzialmente incapaci; ai tossicodipendenti; infine, alle persone imperite nel maneggio.

Questo primo comma non riguarda direttamente il tema della custodia e pertanto ora non ce ne occupiamo. La disposizione è però rilevante ai nostri fini, perché lo stesso articolo, al secondo comma, punisce chi trascura di adoperare, nella custodia delle armi, munizioni ed esplosivi di cui al comma 1 le cautele necessarie per impedire che alcuna delle persone indicate nel medesimo comma 1 giunga ad impossessarsene agevolmente.

Leggendo l’articolo sopra citato si comprende dunque che non basta custodire con diligenza le armi, se poi ci sono persone, che potrebbero – ma non necessariamente – fare parte del nucleo familiare del detentore, che hanno libero accesso alle armi con le intuibili conseguenze, e cioè con la possibilità che provochino incidenti causati dalla irresponsabilità o dall’imperizia.

foto-007Per comprendere appieno la portata di questa disposizione le questioni da affrontare sono due: la prima, quella di individuare i destinatari della norma, cioè le persone che bisogna tutelare; la seconda, di stabilire in quale modo è possibile assicurare una diligente custodia rispetto a tali persone. Anzitutto, vediamo bene che la disposizione è chiara solo riguardo ai minorenni, che, come noto, sono le persone di età inferiore ai diciotto anni.

Che cosa vuol dire, invece, “persone anche parzialmente incapaci”? Per la legge è incapace colui che, essendo affetto da una malattia mentale, da problemi di ritardo mentale o da demenza senile, non è capace di intendere e di volere, nel senso che, praticamente, non è capace di badare a se stesso. La legge prevede strumenti di tutela delle persone incapaci, come l’interdizione, l’inabilitazione o l’amministrazione di sostegno, provvedimenti che vengono disposti dal giudice civile su richiesta dei familiari o del Pubblico Ministero.

Non ci si può però trincerare dietro una interpretazione formalistica, per cui sono incapaci solo le persone nei cui confronti sia stata disposta una delle predette misure di tutela previste dalla legge. In realtà, quello che conta è l’incapacità naturale, cioè il fatto che una persona non sia capace totalmente di intendere e di volere per una qualche malattia o deficienza psichica (ovviamente, conosciuta o almeno conoscibile).

Che cosa dicono i giudici su questo? Purtroppo nulla! Forse danno per scontato che tutti i cittadini sappiano che cosa voglia dire “persona incapace”, anche se in realtà, spesso, neppure giudici, avvocati e psichiatri si trovano d’accordo quando devono stabilirlo in uno specifico caso.

Nel silenzio della legge e della giurisprudenza, possiamo affermare che la disposizione in esame si applica quando nell’ambito familiare o tra le persone che frequentano l’abitazione del detentore delle armi vi sia una persona di cui sia nota la condizione di alterazione mentale, anche se lieve, indipendentemente dal fatto che questa persona sia stata dichiarata “incapace” da un giudice o in base a una precisa diagnosi medica.

Proseguendo, tossicodipendente è colui che fa uso abituale di sostanze stupefacenti. Ai fini della custodia non è considerato tale chi faccia uso occasionale di stupefacenti, anche se questa distinzione, astrattamente chiara, non è così evidente nella realtà di tutti i giorni.

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Veniamo infine alle persone definite imperite nel maneggio. Tali persone, in realtà, non costituiscono un pericolo ai fini della custodia ma solo a quelli della consegna, di cui si parla al primo comma. In effetti, è probabile che, nel redigere l’articolo, il legislatore abbia fatto un richiamo improprio al primo comma. Se, dunque, è evidente che non bisogna affidare un’arma a una persona che non è preparata a usarla, non è altrettanto logico (ma – a parere di chi scrive – è chiaro l’opposto) che si debbano adottare cautele per impedire che una persona (maggiorenne, sana di mente ma) imperita possa impossessarsi di un’arma.

Facciamo un esempio pratico: in una famiglia c’è un bambino di dieci anni, la madre del bambino, del tutto inesperta nell’uso delle armi, e il padre detentore di armi. Quest’ultimo deve, ovviamente, preoccuparsi di impedire al bambino di impossessarsi delle armi, cosa che il minore potrebbe essere indotto a fare per la curiosità e per l’irresponsabilità tipiche della sua età, ma non certo della moglie, che – avendo l’età della ragione ed essendo consapevole della propria imperizia – in nessun caso si accosterà alle armi all’insaputa del coniuge.

Pertanto, l’imperizia non costituisce un problema per il detentore, se si limita all’aspetto della custodia, mentre lo diventa solo nel caso in cui lo stesso voglia consegnare le proprie armi a una persona inesperta, anche solo per scherzo e anche pensando che l’arma sia scarica (errore, questo, che è causa di molti incidenti, spesso gravi). Precisate le categorie di persone che la norma vuole tutelare, resta ora da capire quali siano le conseguenze pratiche nelle modalità di custodia in applicazione della citata disposizione.

Evitare il facile impossessamento di un’arma significa adottare modalità di custodia tali per cui risulti praticamente impossibile che la persona minorenne, incapace o tossicodipendente, presente in famiglia o che frequenti la casa, possa acquisirne la materiale disponibilità.

Il sistema di sicurezza per fucili Shot lock Shotgun Solo-vault.Per tale ragione, mentre la normale custodia, imposta dall’articolo 20 della legge numero 110, non comporta l’adozione di particolari accortezze quando il detentore si trovi in casa (nelle sentenze della Cassazione si fa quasi sempre riferimento ad armi sottratte in assenza del proprietario), il dovere di custodia speciale di cui all’articolo 20 bis della medesima legge richiede l’adozione di specifiche cautele soprattutto quando le persone che compongono il nucleo familiare sono presenti nel luogo in cui le armi si trovano. Per esempio, il rischio di impossessamento delle armi da parte di un minore sussiste, per l’appunto, quando il medesimo si trova in casa, non certo quando la famiglia è in vacanza al mare! La custodia generica deve essere invece assicurata con la massima diligenza proprio quando si lascia l’abitazione in cui le armi sono tenute, soprattutto se per un periodo di tempo piuttosto lungo.

E allora che cosa fare? La custodia a tutela di minori e incapaci si attua mediante accorgimenti tali, da adattare alla specifica categoria di persone e, in caso di minori, all’età, che possono ridursi in alcuni casi al semplice uso di un cassetto chiuso a chiave fino alla cassaforte a combinazione (soluzione che fortemente consigliamo).

Naturalmente, la custodia delle armi lunghe può risultare più difficile rispetto a quella delle armi corte: in questo caso, una soluzione può essere per esempio quella di utilizzare una normale cassaforte a muro per custodirvi, previo smontaggio, parti essenziali del fucile come l’otturatore, in modo che l’arma nella sua interezza non risulti accessibile, avendo comunque cura di tenere le altre parti in luogo sicuro.

Come sempre, non basta acquistare strumenti altamente tecnologici se poi non si fa uso di adeguata attenzione e saggezza nel loro utilizzo. Acquistare una cassaforte a combinazione e utilizzare il codice “123456” oppure annotare il codice in un luogo facilmente accessibile ai componenti della famiglia costituirebbero modalità non idonee a garantire la sicurezza all’interno della propria casa, soprattutto quando vi siano figli adolescenti, di solito molto curiosi e abili nell’osservare le abitudini dei genitori e nel decifrare codici numerici.

12114Il concetto fondamentale da tenere come guida nella custodia delle armi è quello della responsabilità; vale a dire che chi detiene armi è responsabile della loro custodia e deve adoperarsi in modo efficace affinché le armi siano accessibili solo a lui ed eventualmente ad altri componenti del nucleo familiare, che però non siano né minorenni né incapaci. Sta alla sua intelligenza e al suo buon senso adottare le modalità più idonee, in relazione alla specifica situazione.

Come nel caso della custodia ordinaria, l’autorità di Pubblica Sicurezza (commissariato, questura, stazione carabinieri) non ha alcun potere di prescrivere particolari modalità di custodia, in quanto questo potere esiste ma può essere esercitato solo nei confronti di persone titolari di licenza di collezione di armi (o di licenze di tipo professionale); a meno che, ovviamente, il detentore non sia anche intestatario di una licenza di Pubblica Sicurezza. Tuttavia, il fatto che l’autorità non sia tenuta a prescrivere alcunché non giustifica lassismo e superficialità, perché la finalità della legge non è quella di introdurre un altro reato di tipo formale ma quello di prevenire gravi incidenti che, nonostante le norme vigenti, troppo spesso si verificano.

1410991988-75400-under-bed-safeNella casistica giudiziaria, è stata ritenuta inadeguata (e quindi integrante il reato di cui all’articolo 20 bis della legge numero 110) la conservazione delle armi all’interno di un mobile o di uno scrittoio, chiuso anche a chiave, ma con chiave reperibile; la conservazione di alcune armi all’interno di un mobile con le ante di vetro, chiuse con una chiave posta sul mobile stesso, situato in una stanza di soggiorno frequentata da bambini. Si è invece ritenuta adeguata la custodia dell’arma all’interno di un mobile e in un ambiente nella particolare disponibilità del legittimo detentore (nella specie, nella camera da letto).

Su questo specifico tipo di custodia di cui ci stiamo occupando la Cassazione ha affermato più volte che il detentore delle armi deve poter rappresentarsi, in relazione a circostanze specifiche, l’esistenza di una situazione di fatto, tale da richiedere l’adozione di cautele necessarie ad impedire l’impossessamento delle armi da parte di uno dei soggetti – minori incapaci, inesperti o tossicodipendenti – appartenenti alle particolari categorie previste dalla norma”, escludendo tale situazione nei casi in cui la casa non è né abitata né frequentata da alcun soggetto riconducibile alle categorie indicate dalla legge.

Riepilogando, quindi, la custodia deve conformarsi alle prescrizioni dell’articolo 20 bis solo quando vi è la ragionevole previsione che le armi potrebbero essere alla portata di una persona minorenne o incapace, che si trovi stabilmente a contatto con il detentore o che comunque possa trovarsi, anche solo occasionalmente, nei luoghi dove si trovano le armi.

Attenzione: il reato sussiste indipendentemente dal fatto che si sia verificato un incidente o che si sia verificato l’impossessamento delle armi; è sufficiente che le armi fossero alla portata del minore o della persona incapace.

La custodia di armi per difesa abitativa

Poiché la legge lo consente e anzi una delle ragioni per decidere di acquistare e detenere un’arma è proprio quella di tenerla a disposizione per difesa all’interno della propria dimora (è la cosiddetta difesa abitativa), come conciliare questa esigenza con quanto siamo venuti dicendo sinora circa il dovere di custodire diligentemente le armi e quello di tenerle fuori della portata di persone minorenni o mentalmente instabili?

Per quanto riguarda il primo profilo, quello del dovere generico di custodia, osserviamo che la legge non dice affatto che l’arma debba essere custodita scarica. La legge, al contrario, considera le armi sempre e comunque pericolose, non differenziando in alcun modo le regole valevoli per l’arma carica rispetto a quella scarica. Si possono detenere, perciò, armi cariche in casa, purché siano custodite adeguatamente secondo le regole già esposte. Per contro, il fatto che le armi siano tenute scariche non costituisce né una scusa né una attenuante per l’eventuale violazione delle norme in materia di custodia.

Come abbiamo già accennato, il tema della custodia è legato soprattutto all’assenza del proprietario dell’arma, perché se egli si trova in casa, la garanzia della custodia è data proprio dalla sua presenza. Nulla vieta, perciò, di tenere l’arma a portata di mano, carica e pronta all’uso, in camera da letto o nel soggiorno, mentre il suo detentore si trova in casa. Si porrà, invece, il problema di mettere l’arma (carica o scarica, poco importa) in un cassetto chiuso o in altro luogo sicuro, nel momento in cui dovrà lasciare l’abitazione, anche solo per una brevissima assenza.

foto-011Diversa la prospettiva rispetto al dovere di custodia che abbiamo definito speciale di cui all’articolo 20 bis perché, in questo caso, sebbene il legislatore non lo specifichi, appare evidente che lasciare facilmente accessibile un’arma (cosa già di per sé vietata), per giunta carica (quindi ancora più pericolosa), anche se con la presenza fisica del detentore nell’abitazione, costituirebbe un comportamento gravemente irresponsabile, foriero di gravissimi incidenti (e, perciò, giustamente sanzionato dalla legge), non potendosi escludere che, anche solo per un breve momento di distrazione, possa verificarsi l’impossessamento dell’arma da parte del minore o dell’incapace.

Come conciliare, allora, la legittima esigenza di tutela abitativa con il precetto di legge, che vieta di tenere armi alla portata di minori e incapaci?

L’unica soluzione, che riusciamo a immaginare, è quella – già suggerita – di servirsi di una cassaforte o, almeno, di un mobile suscettibile di essere chiuso a chiave, avendo altresì cura di tenere sempre al sicuro la chiave; oppure quella di ricorrere a una cassaforte dotata di combinazione che, rispettando il dovere di diligente custodia, consentirebbe anche un rapido accesso in caso di necessità. Esistono allo scopo piccoli contenitori blindati, realizzati in modo da potervi tenere una pistola carica e apribili solo con combinazione numerica.

Naturalmente, la regola generale va sempre calata nella situazione concreta, avendo riguardo all’età e alla personalità del minore o dell’incapace, che occorre tutelare. Diciamo che, in presenza di tali soggetti, l’esigenza di difesa abitativa passa in secondo piano rispetto a quella di tutela dell’integrità fisica delle persone che fanno parte del nucleo familiare: non dimentichiamo che il minore o l’incapace, una volta impossessatisi di un’arma, oltre che se stessi potrebbero involontariamente ferire o uccidere qualunque persona alla loro portata, familiari ed estranei.

La custodia da parte dei collezionisti

La legge, nello stesso articolo 20 che abbiamo citato, prescrive a carico delle persone autorizzate alla raccolta o alla collezione di armi di adottare e mantenere efficienti difese antifurto secondo le modalità prescritte dalla autorità di pubblica sicurezza. La norma riguarda anche le persone che detengono armi per ragioni professionali (armieri, fabbricanti, riparatori) ma qui ci occuperemo solo dei titolari di licenza di collezione di armi comuni da sparo.

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La disposizione citata prescrive che il collezionista di armi non è libero di scegliere quali misure di protezione adottare ma deve conformarsi alle indicazioni dell’autorità di Pubblica Sicurezza (in questo caso, certamente la questura o il commissariato, secondo i casi), che dovrebbero inserirle anche all’interno della stessa licenza.

Nella pratica, non sempre le licenze di collezione vengono accompagnate da specifiche prescrizioni sulle misure antifurto da adottare, ma vi troviamo una generica intimazione a dotarsi di sistemi antifurto attivi o passivi. D’altra parte, il potere di intimare l’adozione di particolari misure non si esaurisce nel momento del rilascio della licenza di collezione, che – lo ricordiamo – è permanente, ma può essere esercitato in un momento successivo, per esempio a seguito di un notevole incremento del numero delle armi detenute in collezione.

Inutile dire che il potere di prescrivere particolari mezzi di protezione antifurto è discrezionale, ma non può e non deve sfociare nell’arbitrio. Pertanto, l’autorità di Pubblica Sicurezza non deve imporre l’adozione di misure eccessive o sproporzionate all’entità della collezione o, ancora, esageratamente costose in rapporto al valore delle cose da custodire.

Talvolta è capitato che la questura abbia preteso che il collezionista munisse di sbarre tutti gli infissi dell’abitazione oppure che si dotasse di sistemi elettronici sofisticati e di notevole costo, o addirittura abbia imposto il ricorso a un istituto di vigilanza privato. Tutto questo, ovviamente, può essere giustificato dall’entità della collezione e dalle particolari condizioni sociali e ambientali del luogo in cui le armi sono detenute.

Sebbene, però, la collezione di armi possa essere considerata un cosa voluttuaria (ciò non è vero, però, per chi svolge un lavoro, per cui la collezione può essere un mezzo di studio e di conoscenza, come nel caso del perito balistico o del tecnico armiero), l’autorità non ha il diritto di prescrivere misure di sicurezza eccessive, al solo fine di indurre il collezionista a rinunciarvi.

Come in tutte le cose, è necessario raggiungere un giusto equilibrio tra le esigenze di tutela dell’ordine e della sicurezza pubblica da una parte e, dall’altra, il diritto del cittadino di potere coltivare qualsiasi interesse culturale, come quello di collezionare armi, senza pregiudizio per la collettività. Tanto più che le armi in collezione devono essere tenute scariche e che, per legge, è vietata anche la detenzione delle munizioni!

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Naturalmente, dal momento che il potere di prescrivere particolari modalità di custodia è di natura discrezionale, il cittadino non ha facili strumenti per tutelarsi da possibili abusi. Il consiglio è quello di valutare bene la situazione, iniziando un dialogo con il personale preposto della questura già dal momento del rilascio della licenza di collezione, in modo da evitare che, con l’incremento dei pezzi detenuti, l’autorità si senta in dovere di disporre prescrizioni particolarmente severe: è meglio partire già con un sistema antifurto ben strutturato, in modo da tranquillizzare le autorità sull’assenza di rischi ed evitare così successive ed eccessivamente onerose prescrizioni.

Con queste premesse, la cosa che ci pare importante, stante il dettato normativo, è di assicurare la custodia delle armi in collezione con mezzi di protezione passiva (casseforti, camere blindate) o attivi (impianti di allarme, preferibilmente collegati con le forze di polizia o con un istituto di vigilanza). Meglio se tali soluzioni vengono adottate congiuntamente anche se – in assenza di specifiche prescrizioni dell’autorità di Pubblica Sicurezza – è in regola chi ne adotti almeno una.

Se si detengono armi in collezione e armi non in collezione, per queste ultime valgono sempre le regole generali in materia di custodia e, di conseguenza, possono essere tenute anche fuori dalla cassaforte, avendo sempre cura di non trascurare la loro diligente custodia. In concreto, l’arma non in collezione può essere tenuta carica in un cassetto; non così quella in collezione.

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