La licenza di collezione per armi comuni da sparo

La licenza di collezione per armi comuni da sparo

Introdotta nel 1975 con la legge numero 110, la licenza di collezione di armi comuni da sparo ha visto negli anni ridursi la sua importanza ma, nonostante tutto, è ancora necessaria per la raccolta di alcune tipologie di armi, anche se solo quando la quantità che si vuole detenere supera il numero di tre armi comuni e sei sportive.

L’articolo 10 della legge numero 110 del 18 aprile 1975 consentiva, nel suo testo originario, di detenere solamente due armi comuni da sparo – successivamente tale numero è stato portato a tre dall’articolo 12 del decreto-legge numero 306 del 1992 – e sei armi da caccia. Dalla sua entrata in vigore la detenzione di un numero maggiore di armi è stata subordinata al preventivo rilascio della licenza di collezione di armi comuni da sparo, pur con una serie di limitazioni come il divieto di detenzione del munizionamento e l’adozione di specifiche difese antifurto nel luogo di detenzione delle armi. Il numero massimo di armi detenibili è stato modificato da diverse disposizioni di legge, che si sono succedute negli anni.

Anzitutto, con la legge numero 85 del 25 marzo 1986 – la cosiddetta legge Lo Bello – è stata creata la categoria delle armi per uso sportivo, caratterizzate, in teoria, dal fatto di essere compatibili solo con la pratica del tiro a segno ma in realtà distinguibili dalle altre solo per il fatto di essere così classificate dalla Commissione consultiva per il controllo delle armi presso il Ministero dell’Interno (oggi dal Banco Nazionale di Prova di Gardone Valtrompia). Le armi per uso sportivo, riconosciute come tali, possono essere detenute fino al numero di sei, in aggiunta alle armi da caccia e comuni eventualmente detenute, oltre al relativo munizionamento.

Un ulteriore cambiamento, che ha fortemente ridotto il ricorso alla licenza di collezione di armi comuni da sparo, è avvenuto allorché l’articolo 10 della legge 110/1975 è stato modificato, consentendo la detenzione in numero illimitato di armi da caccia (si veda l’articolo 37 della legge numero 157/1992 e l’articolo 9 della legge numero 489/1992). Quindi, riassumendo, allo stato attuale delle disposizioni di legge vigenti, si possono detenere, senza necessità di richiedere alcuna licenza di collezione: sei armi classificate per uso sportivo; un numero illimitato di armi da caccia; tre armi comuni da sparo (non sportive e non da caccia). Queste sono le disposizioni in materia di detenzione, la cui concreta applicazione richiede però particolare attenzione alle norme che riguardano la disciplina delle armi per uso sportivo e di quelle da caccia, e che tratteremo in questa prima parte, per evitare che vengano inserite in denuncia armi comuni da sparo erroneamente qualificate come sportive o da caccia.

Le armi per uso sportivo

Come detto, le armi per uso sportivo sono da considerare tali non per particolarità di natura tecnica, la cui individuazione sarebbe incerta e opinabile, ma sulla base della specifica classificazione, un tempo demandata alla Commissione consultiva in sede di catalogazione delle armi comuni da sparo e oggi invece affidata al Banco Nazionale di Prova di Gardone Valtrompia, che se ne occupa in sede di verifica delle armi comuni da sparo, prima che vengano immesse nel commercio (articolo 23, comma 12 sexiesdecies, del decreto legge numero 95/2012, convertito con modificazioni nella legge numero 135/2012).

Dato che chi fa le leggi poco si preoccupa delle situazioni preesistenti – nel caso di specie, di chi già detiene armi regolarmente denunciate – manca oggi una norma che regoli il passaggio tra il vecchio e il nuovo regime giuridico; non resta pertanto che ragionare in termini di interpretazione della legge.

In effetti, non è pensabile che, con l’abolizione del Catalogo delle armi comuni da sparo, avvenuta nel 2011, il legislatore abbia voluto far piombare di colpo nell’illegalità le migliaia di persone che detenevano armi catalogate, di cui molte classificate per uso sportivo. Ne consegue allora che, necessariamente, tutte le armi acquistate e denunciate a suo tempo, comuni e sportive, rimangono tali anche dopo le modifiche di legge intervenute. Rimane dunque valida la catalogazione e le note di catalogazione, tra cui la classificazione come arma sportiva, intervenuta tra il 1978 e il 2011, rispettivamente anno di partenza e di fine delle operazioni di catalogazione.

Purtroppo, il Ministero dell’Interno ha eliminato il Catalogo online, che costituiva un ottimo ausilio per conoscere se una determinata arma, contraddistinta da uno specifico numero di catalogo, fosse anche classificata sportiva. Tuttavia, per fortuna esiste ancora l’attendibile versione di Bignami, che può essere consultata agevolmente allo specifico indirizzo internet gestito dal noto importatore: https://webinfo.bignami.it/bignami/catnaz_find.jsp.

Per quanto riguarda le armi successivamente acquistate, occorre fare riferimento ai provvedimenti di riconoscimento del Banco Nazionale di Prova di Gardone Valtrompia, che sono consultabili sul sito dello stesso (https://www.bancoprova.it/index.php/classificazione-armi/armi-classificate.html).

Dobbiamo dire che, da questo punto di vista, il Catalogo era migliore del sistema di verificazione successivamente adottato. Infatti, le armi venivano punzonate con apposita stampigliatura corrispondente al numero di catalogo, cosa che rendeva molto più agevole l’individuazione della classificazione dell’arma quale arma comune o per uso sportivo.

Poiché il Catalogo ha cominciato a classificare armi solo dal 1978, ci sono molte armi cosiddette ‘pre-Catalogo’, cioè prodotte e commercializzate prima della sua entrata in vigore, che corrispondono esattamente al modello in seguito catalogato e classificato sportivo ma che, essendo state prodotte e vendute prima, non riportano la stampigliatura del numero di catalogo. Se si è certi dell’identità del modello, corrispondente ai dati della scheda di catalogazione, l’arma può essere inserita tra le armi sportive; occorre però la massima cautela, tenendo conto che talora esistono varianti dello stesso modello di cui alcune sono classificate sportive, e altre no.

Come vedremo, l’errore sulla classificazione di un’arma, erroneamente ritenuta sportiva invece che comune, può avere conseguenze molto gravi sul detentore, che può trovarsi esposto a conseguenze penali di non poco conto per il solo fatto di avere superato il limite di tre armi comuni da sparo, senza essere in possesso della licenza di collezione.

Le armi da caccia

L’individuazione delle armi da caccia si presta a sua volta a dubbi e incertezze. Per stabilire quali siano le armi da caccia bisogna conoscere quali sono i mezzi consentiti per uso venatorio dall’articolo 13 della legge numero 157 dell’11 febbraio 1992. Dalla lettura di quest’ultimo si apprende che sono consentiti per uso di caccia: i fucili e le carabine di calibro superiore a 5,6 millimetri (tutti) oppure quelli di calibro uguale a 5,6 millimetri, con bossolo di lunghezza uguale o superiore a 40 millimetri, e vietati tutti gli altri; i fucili dotati di canna ad anima liscia di calibro non superiore al 12 (per semplicità espositiva evitiamo di richiamare gli altri mezzi consentiti, come il fucile combinato a due o tre canne; tuttavia per maggiori dettagli rinviamo alla lettura dell’intero articolo 13 citato).

Bisogna però tenere conto che, a seguito del decreto legge cosiddetto antiterrorismo del 2013, che ha modificato l’articolo 13 della legge sulla caccia, sono vietati per uso venatorio i fucili appartenenti alla categoria B7 (ora B9), cioè quelli simili ad armi a raffica o quelli già con funzionamento a raffica ma successivamente trasformati a tiro semiautomatico (ex ordinanza); quest’ultima limitazione è contenuta nella modifica della direttiva europea sulle armi da fuoco recentemente entrata in vigore, che dovrà trovare formale attuazione nel diritto interno ma che già da oggi è da tenere presente se si intende comprare armi da caccia.

Le nuove regole legali non sono state accompagnate da opportune linee guida applicative, sicché, mentre è certa la classificazione B7 per le armi verificate dal Banco Nazionale di Prova, che è tenuto a precisare la classificazione corrispondente alle categorie e sottocategorie della direttiva europea, tale classificazione è incerta per le armi acquistate e denunciate prima dell’entrata in vigore del procedimento di verifica da parte del Banco. Ricordando che per ‘demilitarizzate’ si intendono le armi originariamente dotate di funzionamento a raffica e successivamente modificate per funzionare solo in modalità semiautomatica, ne consegue che taluni organi di Pubblica Sicurezza ritengono B7 le armi demilitarizzate anche senza alcuna classifica del Banco e, addirittura, considerano facenti parte di tale categoria pure le ex ordinanza nate a fuoco semiautomatico (come il Winchester M1 o il fucile Garand). Non essendovi una certezza normativa in proposito e considerata la prossima attuazione della direttiva europea, che effettivamente contiene restrizioni anche per le armi ex ordinanza, conviene attenersi alla regola prudenziale di evitare l’uso venatorio di tutte le ex ordinanza a funzionamento semiautomatico, quantomeno di quelle demilitarizzate (come, per esempio, l’AK47 e simili).

Lo stesso vale per le armi di recente produzione, non ex ordinanza, non classificate dal banco di Gardone, che però riproducono nell’aspetto armi a raffica (presenza dell’impugnatura a pistola, serbatoio amovibile e così via). Ovviamente, si tratta di un consiglio prudenziale, essendovi certezza circa la classificazione – lo ripetiamo – solo per le armi sottoposte a verifica da parte del Banco Nazionale di Prova.

Occorre precisare, in proposito, che in deroga a quanto precede, le armi di categoria B7 già denunciate al momento dell’entrata in vigore del decreto-legge citato possono essere detenute nell’ambito delle armi da caccia (quindi non devono essere passate tra le comuni). Tale deroga vale solo per chi le avesse già inserite in denuncia al momento dell’entrata in vigore della nuova disposizione ma non per i successivi acquirenti dell’arma stessa.

Un ulteriore problema si pone per quanto riguarda le armi lunghe sportive. Secondo una diffusa opinione tali armi non possono essere usate per caccia. In realtà, non esiste alcuna disposizione che espressamente vieti all’uso venatorio le armi classificate sportive, se di tipologia e calibro compatibile con l’uso di caccia. Tuttavia, sempre per prudenza, conviene attenersi alla prassi e usare le armi classificate sportive unicamente per il tiro a segno.

Per riassumere, possono essere detenute solo con licenza di collezione per armi comuni da sparo tutte le armi eccedenti i limiti, rispettivamente, di tre e di sei per le armi comuni e per le armi sportive. Occorre tenere conto che, ai fini della sicurezza pubblica, non si fa distinzione tra armi corte o lunghe né tra armi da fuoco e armi da sparo non da fuoco (armi ad aria compressa di potenza superiore a 7,5 Joule). Pertanto, devono essere denunciate come armi comuni da sparo (non sportive e non da caccia), anche i fucili non compatibili con l’uso venatorio, per esempio, in calibro .22 LR o appartenenti alla categoria B7 (ora B9).

La licenza di collezione

Occorre anzitutto chiarire che la licenza di collezione di armi comuni da sparo deve essere richiesta prima di acquistare e denunciare le armi che si vogliono detenere in collezione. Prima ancora di fare domanda per il rilascio della licenza, occorre pensare alle misure antifurto da attuare, mettendo in conto che l’autorità competente – il questore – può comunque disporre l’adozione di precauzioni specifiche in relazione all’entità della collezione e a ogni altra circostanza rilevante come, per esempio, il fatto che il futuro collezionista risiede in un luogo isolato.

Di solito è sufficiente dotarsi di una buona e sufficientemente capiente cassaforte, ma è consigliabile anche munirsi di un antifurto elettronico. La richiesta di rilascio di licenza di collezione deve essere indirizzata al questore della provincia di residenza. La domanda, quindi, deve essere presentata presso l’ufficio amministrativo del Commissariato di Pubblica Sicurezza o, in mancanza, presso la Stazione Carabinieri del comune di residenza anche se niente vieta di recarsi direttamente presso la Questura il cui ufficio armi è comunque il destinatario finale che si occupa del disbrigo della pratica.

Trattandosi di una licenza di polizia, devono sussistere i presupposti richiesti per qualsiasi licenza di tale genere, cioè fedina penale pulita e assenza di patologie psichiche o di dipendenza da alcool o da droghe. In teoria, non servirebbe l’abilitazione al tiro, in quanto è espressamente previsto dall’articolo 47 del regolamento TULPS che la licenza possa essere rilasciata, anche per una sola arma, con l’implicita rinuncia alla detenzione del munizionamento (tutte le armi in collezione devono essere mantenute scariche e non si può tenere presso di sé le relative cartucce). Di fatto questa possibilità viene però vanificata, dato che la Questura chiede sempre il certificato di abilitazione al maneggio in occasione della richiesta di nulla osta all’acquisto anche di una singola arma.

Si tenga poi conto che la licenza di collezione non costituisce titolo idoneo per l’acquisto di armi. Nel silenzio della legge, svariate circolari ministeriali hanno introdotto nel tempo una serie di regole e di limitazioni, la cui legittimità è molto dubbia ma che, di fatto, devono essere osservate, a meno di non essere disposti ad aprire un contenzioso con l’autorità competente. Si è stabilito, per esempio, che l’aspirante collezionista debba indicare nella domanda la tipologia di armi che intende collezionare e che il questore possa sindacare, di volta in volta, la coerenza degli acquisti con le finalità dichiarate.

Da ultimo, una circolare di circa dieci anni fa (la numero 557/PAS. 755-10171(3) del 13 febbraio 2006, intitolata Licenza di collezione armi. Applicazione marche da bollo) ha stabilito la necessità di richiedere il preventivo nulla osta all’inserimento in collezione delle armi, prima del loro acquisto, determinando così un notevole aggravamento burocratico – e l’aumento dei costi per le marche da bollo da applicare su ogni istanza – dell’incremento della collezione. Per la verità, non tutti gli uffici periferici seguono le indicazioni di tale circolare, che a parere di chi scrive è del tutto illegittima. La legge non prevede affatto tale procedimento ma solo che gli acquisti di armi, in numero superiore al limite (ripetiamo, di tre comuni e sei per uso sportivo) sia subordinato al preventivo rilascio della licenza.

D’altra parte, sul piano penale nessuna sanzione è prevista (né potrebbe esserlo) nel caso in cui il titolare di licenza di collezione di armi comuni da sparo acquisti e chieda l’inserimento in collezione di una o più armi, senza averne chiesto preventivamente l’autorizzazione al questore. L’unica possibile sanzione è di tipo amministrativo, vale a dire la revoca della licenza; a meno che l’obbligo di comunicare preventivamente l’acquisto di nuove armi da inserire in collezione non sia stato inserito tra le prescrizioni della licenza stessa. In tal caso, potrebbe trovare applicazione la pena prevista dal Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza per la mancata osservanza delle prescrizioni che l’autorità abbia ritenuto di impartire nell’interesse della sicurezza pubblica.

È appena il caso di osservare che il cittadino, trovandosi di fronte a una autorità dotata di poteri coercitivi, ha poche possibilità di tutelarsi. Si tratta infatti di andare incontro a conseguenze sanzionatorie che nell’orientamento odierno risultano difficilmente contrastabili con ricorsi amministrativi e giurisdizionali, senza contare il relativo onere economico.

Il consiglio è dunque quello di rivolgersi preventivamente al Commissariato o alla Stazione Carabinieri competente chiedendo di conoscere quali sono le procedure da seguire sia per il rilascio della licenza sia per i successivi acquisti, e adeguarsi alle indicazioni ricevute in modo da evitare conseguenze.

L’inserimento in collezione

Come già detto, la legge si limita a prevedere la necessità di essere titolare di licenza di collezione ma non prevede una disciplina specifica per tutti gli adempimenti implicitamente necessari per la corretta gestione amministrativa delle armi in collezione. L’importanza di individuare esattamente le armi inserite in collezione per distinguerle dalle altre appare evidente solo che si consideri che le prime devono essere detenute senza munizionamento, ciò che di fatto ne impedisce l’uso come armi da difesa e ne limita fortemente anche la possibilità di utilizzarle per il tiro a segno (sebbene come vedremo, non sussista in proposito un espresso divieto).

Pertanto, al fine per l’appunto di tutelare il detentore, occorre fare in modo che risulti agli atti dell’autorità di Pubblica Sicurezza quali siano le armi detenute in collezione e quali siano quelle fuori collezione, da computare tra le sportive o le comuni.

In sostanza è il collezionista, con apposita domanda presentata alla Questura per il tramite del Commissariato di zona o della Stazione Carabinieri, a precisare che intende inserire in collezione questa o quell’arma, tenendo presente che nulla impedisce di mettere in collezione tutte le armi sportive e comuni, cosa però che non è nell’interesse del detentore, perché per tutte scatterebbe il divieto di detenzione del munizionamento. Di fatto, chi detiene armi individua preventivamente le tre comuni e le sei sportive che intende utilizzare, per difesa o per tiro a segno, inserendo poi in collezione tutte le altre. Nulla impedisce di tenere uno spazio libero tra le armi comuni o tra quelle sportive, in modo da potervi collocare futuri acquisti senza preventivo assenso dell’autorità di Pubblica Sicurezza.

Come già accennato, le armi da caccia non sono soggette a limiti di detenzione, sicché non vanno inserite in collezione. Fanno eccezione le armi di categoria B7 (ora B9) che, fatta salva la disciplina transitoria per quelle già detenute al momento dell’entrata in vigore del decreto legge antiterrorismo del 2013, devono essere conteggiate tra le comuni o tra le sportive (se classificate tali).

La detenzione del munizionamento

La legge vieta di detenere il munizionamento delle armi in collezione. Tale divieto non implica che il collezionista non possa detenere affatto munizioni per armi da sparo ma solo che debba astenersi dal detenere quelle del calibro corrispondente a quello delle armi in collezione.

Va precisato che il divieto non opera quando il calibro di un’arma in collezione è identico a quello di un’arma denunciata tra le sportive o le comuni (lo dice la circolare 10.21050/10100 (2) 4 del 16 dicembre 1975 intitolata: Legge 18 aprile 1975, n. 110 contenente norme integrative della disciplina vigente per il controllo delle armi, delle munizioni e degli esplosivi. Quesiti). Per esempio, se il collezionista detiene una rivoltella classificata sportiva in calibro .38 Special, può tenere le relative cartucce anche se ha in collezione una o più pistole nello stesso calibro. Molti uffici di Pubblica Sicurezza hanno tratto da questo divieto l’idea che la legge vieti anche l’uso delle armi in collezione. Tale divieto, in verità, non è affatto previsto dalle norme. Non vi è alcuna incompatibilità tra il divieto di detenzione del munizionamento e l’uso dell’arma in collezione, inteso come possibilità di utilizzarla per il tiro a segno. Difatti, detenere vuol dire tenere presso il proprio luogo di dimora o domicilio una scorta di munizioni per un tempo apprezzabile; ciò non implica né il divieto di acquisto per l’uso immediato in poligono né, tanto meno, l’impossibilità di acquistare e consumare sul posto le munizioni presso una qualsiasi sezione del Tiro a Segno Nazionale.

D’altra parte, le armi in collezione possono essere trasportate da un luogo all’altro rispettando le medesime regole previste per qualsiasi altra arma, cioè essendo titolare di licenza di porto d’armi o di autorizzazione al trasporto rilasciata dal questore.

Se però sulla licenza di collezione è stata inserita una particolare dicitura (per esempio: È fatto divieto d’uso delle armi in collezione), tale prescrizione – sebbene illegittima – è efficace in base all’articolo 9 del TULPS ed è sanzionata penalmente dall’articolo 17 dello stesso Testo Unico.

Sanzioni

Questo aspetto è particolarmente delicato e insidioso. Non sono pochi coloro che, pur ritenendosi pienamente rispettosi della legge, possono involontariamente incorrere in sanzioni penali piuttosto severe, semplicemente per negligenza o disattenzione. Il punto è che la raccolta di armi senza licenza è sanzionata penalmente. Tale reato si configura per il semplice superamento dei limiti più volte citati, previsti dall’articolo 10 delle legge numero 110/1975.

Pertanto, se accidentalmente si acquista una quarta arma comune (magari, perché erroneamente ritenuta per uso sportivo) si incorre nel reato, così come se – avendo già denunciato tre armi comuni e sei sportiva – si acquista un’arma categoria B7 e la si denuncia tra le armi da caccia. La sanzione è prevista dallo stesso articolo 10: reclusione da uno a quattro anni e multa da 1.500 a 10.000 euro.

Pertanto, occorre prestare particolare attenzione e, nel caso, attenersi al criterio prudenziale di considerare sempre la fattispecie più rigorosa piuttosto che il contrario. Per esempio, se non si è sicuri che l’arma sia per uso sportivo, occorre considerarla comune; se non si è sicuri circa la classificazione di un’arma lunga, è meglio prudenzialmente considerarla B7.

Tutto ciò allo scopo di evitare conseguenze spiacevoli, non solo per le severe sanzioni penali previste, ma anche per la possibilità – tutt’altro che remota – di vedersi revocare tutte le licenze e di subire il ritiro, con la possibile confisca, delle armi detenute.

Le ultime novità

Con la circolare del 10 febbraio 2017 (reperibile all’indirizzo https://www.poliziadistato.it/articolo/38614) il Ministero dell’Interno ha dato risposta ai quesiti degli uffici periferici relativi alla applicazione della imposta di bollo per le variazioni ‘in detrazione di armi precedentemente inserite nella licenza di collezione di armi comuni da sparo.

La circolare ribadisce, preliminarmente, quanto già espresso in precedenza dal ministero circa la necessità da parte del collezionista di dare preventiva comunicazione al questore nel caso in cui intenda aggiungere una o più armi alla licenza di cui è titolare. In questo caso, secondo la circolare, si richiede la presentazione da parte dell’interessato dell’istanza in bollo; questo perché la richiesta di inserimento in collezione comporta un iter istruttorio e quindi l’emissione di un provvedimento, positivo o negativo, da parte dell’organo amministrativo. Questo per quanto riguarda le variazioni ‘in incremento’.

 Se si tratta invece di variazioni ‘in detrazione’, che si verificano nel caso in cui il collezionista decida di alienare una o più armi, non vi è necessità di presentare domanda in bollo, in quanto l’autorità dovrà solo prendere atto di questo fatto, senza dover attivare alcun iter valutativo e decisorio.

Nella circolare in esame afferma infatti che qualora il collezionista intenda cedere un’arma comune da sparo iscritta in licenza di collezione (ovviamente a soggetto in possesso del previsto titolo abitativo all’acquisto), lo stesso non è tenuto ad informare preventivamente il Questore di tale intenzione, ma soltanto, ad arma ceduta, a comunicare alla medesima Autorità l’avvenuta cessione per la conseguente cancellazione dell’arma stessa dalla licenza.

Questo passaggio della circolare è molto importante non soltanto in relazione al tema, specificatamente menzionato nell’oggetto, della necessità o meno di assolvere all’imposta di bollo. Esso chiarisce anche, in modo inequivocabile, che il collezionista può disporre liberamente (sempre, ovviamente, nel rispetto delle norme di pubblica sicurezza in materia di armi) delle armi in collezione, portandole da un armiere o cedendole privatamente, senza che questo determini la necessità di un preventivo assenso da parte del questore o del locale organo di Pubblica Sicurezza.

In questo modo, si fa giustizia delle interpretazioni di talune questure, secondo le quali il collezionista non avrebbe potuto neppure spostare fuori casa un’arma in collezione senza essersi preventivamente munito di una specifica autorizzazione. In realtà il collezionista, così come qualsiasi altro detentore di armi, può trasportare e cedere una o più delle armi che detiene in collezione, avendo solo l’obbligo, immediatamente dopo, di richiedere le opportune variazioni sia all’elenco delle armi detenute sia all’elenco annesso alla licenza di collezione di armi comuni da sparo.

È appena il caso di rammentare che il trasporto delle armi in armeria o presso qualsiasi altro luogo è consentito a tutti coloro che sono titolari di una qualsiasi licenza di porto d’armi, mentre coloro che ne sono sprovvisti sono tenuti a munirsi di autorizzazione del questore. Se la cessione avviene presso il domicilio del collezionista, è sufficiente che il titolo di trasporto sia posseduto dall’acquirente.

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