Le armi diverse da quelle da sparo

Le armi diverse da quelle da sparo

Regna spesso grande confusione in materia di strumenti atti a offendere, cioè spade, sciabole, asce, lance, coltelli, pugnali, mazze e simili ovvero armi diverse da quelle da sparo: occorre però prestare attenzione, perché alcuni di essi sono armi proprie e, benché talvolta si trovino (erroneamente) in libera vendita, soggiacciono alla stessa disciplina di controllo che la legge prevede per le armi da sparo.

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Coltelli, baionette, rasoi e bisturi, sono strumenti atti a offendere o armi proprie? Scopriamolo in questo articolo.

Quando si pronuncia la parola “arma” nella nostra mente si forma rapidamente l’immagine di una pistola o di un fucile. Stranamente, sembriamo aver dimenticato che le armi da sparo (cioè quelle da fuoco e tutte quelle, anche non da fuoco, in grado di lanciare un proiettile) sono un’invenzione relativamente recente. Per decine di migliaia di anni, infatti, l’uomo si è servito sì di armi per cacciare e combattere, ma si trattava di spade, di sciabole, di asce, di lance e di altri strumenti analoghi, che possedevano una punta o un filo tagliente oppure, più semplicemente, una parte dura e resistente come per esempio la mazza, da utilizzare per colpire l’avversario.

L’evoluzione umana è andata di pari passo con l’evoluzione delle armi e degli armamenti: l’abilità nel fondere e nel plasmare i metalli ha permesso la realizzazione di strumenti sempre più maneggevoli e micidiali, sebbene oggi superati dall’evoluzione tecnologica. Nella prima metà del secolo scorso le armi diverse da quelle da sparo trovavano ancora applicazione in campo militare. Ricordiamoci che, per esempio, durante la Prima guerra mondiale sciabole, lance e baionette erano ancora estesamente usate e che l’ultima carica di Cavalleria della storia fu compiuta alla sciabola dal Reggimento Savoia Cavalleria a Isbuscenskij, sul fronte russo, il 24 agosto 1942. Inoltre, tutti gli eserciti utilizzavano in combattimento la baionetta inastata sul fucile, che trasformava quest’ultimo in una sorta di arma bianca: uso che oggi sembra confinato esclusivamente alle parate, anche se la maggior parte dei fucili militari è ancora dotata di attacco per la baionetta.

Un fucile d'assalto Beretta ARX 160 con la baionetta inastata.
Un fucile d’assalto Beretta ARX 160 con la baionetta inastata.

Non deve sorprendere, dunque, che la legge fondamentale in materia di armi, il Testo Unico delle Leggi di Pubblica Sicurezza (di seguito TULPS) risalente al 1931, si occupasse delle armi in generale e quindi anche delle armi non da sparo. Infatti, all’articolo 30 del regio decreto 18 giugno 1931, numero 773, si indicano come “armi”:

1) le armi proprie, cioè quelle da sparo e tutte le altre la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona;

2) le bombe, qualsiasi macchina o involucro contenente materie esplodenti, ovvero gas asfissianti o accecanti.

Lasciando stare il punto 2), che in questa sede non ci interessa, appare chiaro che la legge considerava – e considera tuttora – armi non solo quelle da sparo (quelle cioè che, come detto, sono in grado di lanciare un proiettile) ma anche tutte le altre la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona. Volendo analizzare la norma in modo più approfondito, viene fatto di domandarsi quali siano tali armi di cui tratta il TULPS. Sebbene la definizione non sia tra le più felici, il senso da attribuirle ci pare il seguente: sono armi tutti quegli strumenti la cui unica o almeno principale funzione è quella dell’offesa. Per “offesa” dobbiamo inoltre intendere l’idoneità dello strumento a produrre ferite o a uccidere, se usata contro un essere umano o contro un animale (in questo senso, non c’è alcuna differenza tra le armi destinate alla difesa e quelle destinata alla caccia).

Per la legge italiana sono considerati armi gli strumenti da punta e da taglio, la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona, come pugnali, stiletti e simili.
Per la legge italiana sono considerati armi gli strumenti da punta e da taglio, la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona, come pugnali, stiletti e simili.

Il regolamento al TULPS, contenuto nel regio decreto 6 maggio 1940 numero 635, ci fornisce qualche altro indizio per comprendere la volontà del legislatore. L’articolo 45 di detto regolamento, infatti, precisa che sono considerati armi gli strumenti da punta e da taglio, la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona, come pugnali, stiletti e simili. Per contro non sono armi gli strumenti da punta e da taglio, che, pur potendo occasionalmente servire all’offesa, hanno una specifica e diversa destinazione, come gli strumenti da lavoro, e quelli destinati ad uso domestico, agricolo, scientifico, sportivo, industriale e simili.

Mettendo insieme queste indicazioni normative, si comprende chiaramente la finalità del legislatore: sottoporre a una specifica e più restrittiva disciplina di controllo tutti quegli strumenti la cui finalità non può essere altra che l’offesa, mentre altri strumenti – pur se pericolosi, perché possono essere usati per ferire e uccidere, ma che hanno una diversa destinazione – sono regolati in modo più permissivo. Verosimilmente, l’intenzione del legislatore era quella di non sottoporre a eccessive restrizioni l’acquisto, la detenzione e il porto di strumenti da lavoro, come asce, falci, coltelli, bisturi, per evitare di ostacolare una miriade di attività lavorative senza un corrispondente vantaggio dal punto di vista della sicurezza pubblica.

Le cose non sono molto cambiate con l’entrata in vigore della legge 18 aprile 1975 numero 110 che, all’articolo 4, vieta in modo assoluto il porto di mazze ferrate o bastoni ferrati, sfollagente, noccoliere. Lo stesso articolo ammette, ma per giustificato motivo, il porto di bastoni muniti di puntale acuminato, strumenti da punta e da taglio atti ad offendere, mazze, tubi, catene, fionde, bulloni, sfere metalliche. Recentemente, cioè dal 1° luglio 2011, il divieto è stato esteso anche agli storditori elettrici e ai puntatori laser di potenza elevata dall’articolo 5, comma 1, lettera b), numero 1) del decreto legislativo 26 dicembre 2010 numero 204. Questo articolo, che proseguirà nel fascicolo del prossimo mese, tratta in modo promiscuo strumenti che sono armi proprie e altri che, invece, non lo sono ma che, all’occasione, possono essere utilizzate come tali. Come vedremo nella seconda puntata, la sanzione prevista nello stesso articolo 4 si applica, però, alle sole armi improprie, mentre il porto delle armi proprie non da sparo è sanzionato dal Codice Penale.

Armi proprie e armi improprie

Da quanto siamo venuti sin qui esponendo si comprende che esiste una prima grande suddivisione tra gli strumenti non da sparo di cui si occupa la legge: da un parte abbiamo le armi proprie, dall’altra le armi improprie. Le prime sono quelle definite nell’articolo 30, sopra citato, quelle che hanno come unica funzione l’offesa alla persona; le altre sono costituite da strumenti di vario genere che hanno in comune il fatto di poter essere utilizzati per l’offesa ma che, in genere, hanno una diversa funzione: per esempio, sono necessarie per il lavoro nei campi, per la macellazione di animali, per l’attività sanitaria o per la pratica di determinate attività sportive. L’elenco delle armi improprie è sterminato ma la categoria di maggiore interesse è quella degli strumenti da punta e da taglio, che presenta molte affinità con le armi bianche. Tra questi strumenti possiamo indicare a titolo esemplificativo coltelli, asce, roncole, mannaie e simili. Si può trattare di strumenti che hanno solo la punta o un filo tagliente o entrambi: per esempio, l’ascia è uno strumento da taglio, il normale coltello è invece uno strumento da punta e da taglio.

Asce, roncole, mannaie e simili.
Asce, roncole, mannaie e simili sono considerate armi improprie.

A questo punto, possiamo constatare l’inadeguatezza della normativa vigente a garantire la sicurezza pubblica, da un lato, e la libertà di svolgimento di determinate attività lavorative e di altra natura. Infatti, la distinzione che abbiamo tratto dalla legge tiene conto della funzione degli strumenti ma non della loro reale pericolosità. Ne consegue che risulta libero l’acquisto e il porto di un machete, estremamente pericoloso se usato per fini diversi da quello agricolo d’elezione, mentre rientra nella normativa delle armi proprie una baionetta non affilata e quindi difficilmente utilizzabile per l’offesa. A questo proposito, diciamo per inciso che è ormai definitivamente superata la vecchia interpretazione che annoverava le baionette addirittura tra le armi da guerra, sul presupposto che esse avessero una destinazione militare: si è quindi ormai consolidata la giurisprudenza secondo cui le baionette sono armi proprie non da sparo, di cui sono consentiti acquisto e detenzione al pari di qualsiasi altra arma non da sparo.

La disciplina applicabile

Le armi non da sparo sono quelle da punta e da taglio (pugnali, stiletti, spade, sciabole ma anche baionette), dette anche comunemente “armi bianche” probabilmente per il colore lucente dell’acciaio delle lame, le armi “da botta” (mazze ferrate, sfollagente, tirapugni), e gli storditori elettrici, una new entry introdotta anch’essa dal decreto legislativo numero 204 del 2010. Tutti hanno in comune il fatto di poter causare ferite o morte mediante la diretta azione sul corpo della vittima, mentre le armi da sparo producono lo stesso effetto tramite un proiettile propulso da una carica di polvere da sparo, dall’aria compressa o da altro dispositivo meccanico o chimico. Se andiamo a esaminare le altre disposizioni del TULPS in materia di armi – lo ripetiamo: si tratta ancora della legge fondamentale in materia – constatiamo che esiste una disciplina unica, che abbraccia ogni tipo di armi proprie.

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Il decreto legislativo n°204 del 2010 prende in esame anche gli storditori elettrici.

Pertanto, le armi non da sparo sono soggette alle disposizioni dettate dagli articoli 35 (acquisto) e 38 (denuncia) del TULPS; ne è vietato il porto (con la sola eccezione della licenza prevista per i bastoni animati); il trasporto è consentito previa autorizzazione o se in possesso di licenza di porto d’armi. La recente modifica dell’articolo 38 del TULPS da parte del già citato decreto legislativo numero 204 del 2010 ha fatto pensare che il legislatore avesse voluto escludere l’obbligo di denuncia per le armi non da sparo. Infatti, la disposizione, che originariamente era così formulata: chiunque detiene armi, munizioni o materie esplodenti di qualsiasi genere e in qualsiasi quantità deve farne immediata denuncia all’ufficio locale di pubblica sicurezza […], oggi recita: chiunque detiene armi, parti di esse, di cui all’art. 1 bis, comma 1, lettera b), del decreto legislativo 30 dicembre 1992, n. 527, munizioni finite o materie esplodenti di qualsiasi genere deve farne denuncia entro le 72 ore successive all’acquisizione della loro materiale disponibilità, all’ufficio locale di pubblica sicurezza […].

Il richiamo al decreto legislativo numero 527 del 30 dicembre 1992, che dava attuazione alla prima direttiva europea sulle armi da fuoco, poteva far credere che il legislatore italiano avesse voluto limitare l’obbligo di denuncia alle sole armi da fuoco: una scelta che sarebbe stata apprezzabile. Purtroppo invece non è così! Infatti l’articolo 1 bis, comma 1, lettera b) è quello che definisce la nozione di “parte di arma da fuoco”. Ne consegue che, nella versione vigente dell’articolo 38 TULPS, è previsto l’obbligo di denunciare la detenzione di tutte le armi e delle parti solo se di arma da fuoco (sono escluse, pertanto, le parti di armi diverse da quelle da fuoco; per esempio, non devono denunciarsi le parti di armi ad aria compressa).

Insomma, nulla cambia per quanto riguarda la denuncia di armi da fuoco e non da fuoco, se considerate nella loro interezza; cambia per le parti di arma, perché in precedenza non vi era la previsione espressa di denunciarle (sebbene la legge prevedesse il reato di detenzione illecita di parti di armi). E allora verrebbe da domandarsi per quale ragione il legislatore, che si è preoccupato di modificare tante disposizioni in materia di armi, affermando di averlo fatto per adeguarle alla legislazione comunitaria, non si sia preoccupato di semplificare la materia delle armi non da sparo. Queste armi, la cui pericolosità in concreto è molto ridotta ed è comunque uguale o inferiore a quella di strumenti non classificati come armi, sono purtroppo ancora assoggettate a una disciplina che ricalca in tutto e per tutto quella prevista per le armi da sparo.

Baionette in vendita sulla bancarella di un mercatino militare.
Baionette in vendita sulla bancarella di un mercatino militare.

Pertanto, le armi non da sparo non possono essere acquistate da chi non è in possesso di nulla osta o di licenza di porto d’armi; occorre denunciarne la detenzione entro settantadue ore dall’acquisizione; non possono essere portate fuori dall’abitazione del detentore ma neppure trasportate senza un titolo, ovvero senza autorizzazione del questore o licenza di porto d’armi. A questo punto molti obietteranno che certe armi bianche, come per esempio le baionette, si vendono liberamente nelle bancarelle delle fiere di antiquariato e che spesso le persone le tengono in casa senza averne fatto denuncia.

Questo avviene effettivamente – ed è sotto gli occhi di tutti – ma si tratta di comportamenti che, sebbene diffusi, non possono essere considerati leciti né offrono una comoda giustificazione nel caso in cui il detentore venisse sottoposto a perquisizione da parte della polizia giudiziaria. Le disposizioni previste dalla legge sono purtroppo inderogabili e non tengono alcun conto né della pericolosità delle armi detenute (spesso molto inferiore a quella di un qualsiasi strumento da punta e da taglio) né della finalità perseguita dal detentore (collezione, motivi affettivi). L’unica possibile eccezione riguarda i possessori di raccolte autorizzate di armi artistiche, rare e antiche, che – in base alla previsione dell’articolo 38 TULPS – sono esonerati dall’obbligo di denuncia; tale disposizione è però di dubbia interpretazione, in quanto si può pensare che l’esonero riguardi solo le armi facenti parte della raccolta e non le armi in generale.

In molti casi, il venditore non è in possesso di denuncia e quindi non può documentare la regolare detenzione dell’arma non da sparo. L’acquirente, poi, spesso ignora che le disposizioni in materia di acquisto e di detenzione di armi si applicano anche a questa tipologia di strumenti, considerati armi dalla legge ma ritenuti oggi dai più come semplici oggetti da collezione.

Volendo provvedere alla denuncia, nella maggior parte dei casi, il detentore potrebbe constatare che le armi bianche o, comunque, non da sparo sono quasi sempre prive di elementi identificativi perché la legge non li impone, sicché manca spesso qualsiasi elemento utile a distinguere lo strumento che andiamo a denunciare, non essendovi il numero di matricola e mancando sovente anche il nome del fabbricante. In questo modo la denuncia non potrà essere che generica. Per esempio: il sottoscritto denuncia di detenere un pugnale con impugnatura di avorio oppure una sciabola di fabbricazione straniera.

Non è possibile acquistare un baionetta o un pugnale, se non si è in possesso di una licenza di porto d’armi.
Non è possibile acquistare un baionetta o un pugnale, se non si è in possesso di una licenza di porto d’armi.

Appare evidente come l’autorità di pubblica sicurezza abbia ben poco interesse a registrare simili denunce, riferibili a oggetti scarsamente pericolosi, raramente implicati in fatti criminosi. Ben diverso il caso delle armi da fuoco, in relazione alle quali la possibilità di conoscere in ogni momento chi ne abbia la detenzione può risultare un elemento di notevole importanza ai fini della prevenzione o della repressione dei reati.

Ricapitolando, l’acquisto, la detenzione, il trasporto e il porto delle armi non da sparo sono disciplinati in modo del tutto identico rispetto alle armi da sparo. Pertanto, non è possibile acquistare un’arma bianca, sia essa una baionetta o per esempio un tirapugni, se non si è in possesso di una licenza di porto d’armi o, in alternativa, di un’apposita autorizzazione del questore, denominata nulla osta all’acquisto; entro settantadue ore dalla materiale acquisizione dell’arma occorre farne denuncia all’autorità di Pubblica Sicurezza, o ai Carabinieri se nel comune di residenza non c’è né questura né commissariato della Polizia di Stato; il trasporto da un luogo all’altro, per qualsiasi motivo, è consentito a chi sia titolare di licenza di porto d’armi, altrimenti occorre l’autorizzazione del questore (si tratta del cosiddetto avviso di trasporto, vidimato dalla questura); il porto delle armi proprie non da sparo – con l’eccezione già segnalata del bastone animato – è sempre vietato. Ricordiamo che per “porto” si intende il fatto di uscire dalla propria abitazione o dalle appartenenze di essa – per esempio, il giardino – con l’arma in mano o sulla propria persona, in una condizione di immediata possibilità di utilizzo. Anche le altre attività, come il commercio o il trasporto di campionari di armi diverse da quelle da sparo, sono soggette alle medesime disposizioni previste per le armi in generale. Stando così le cose, vediamo quali sono in concreto le conseguenze delle violazioni della normativa in materia di armi non da sparo.

Le sanzioni previste per gli illeciti

La cessione, e il correlativo acquisto, di armi a persona non in possesso di titolo (nulla osta o licenza di porto d’armi) è punita come contravvenzione dall’articolo 35 TULPS con l’arresto da sei mesi a due anni e multa da 4.000 a 20.000 euro per il cedente; per l’acquirente è previsto l’arresto fino a un anno e l’ammenda da 2.000 a 10.000 euro. La detenzione abusiva, cioè senza denuncia, è punita dall’articolo 697 del Codice Penale con l’arresto fino a dodici mesi o l’ammenda fino a 371 euro.

Il porto abusivo di armi proprie non da sparo è punito dall’articolo 699 del Codice Penale. Il primo comma, che prevede una pena più mite, si applica alle armi per cui è previsto il porto con licenza: in pratica, solo il bastone animato. Il secondo comma è quello che si applica a tutte le altre, cioè a quelle di cui non è ammesso il porto neppure con licenza, e prevede l’arresto da diciotto mesi a tre anni. Sebbene si tratti di reati contravvenzionali – in teoria, meno gravi dei delitti – per effetto dell’articolo 6 della legge 22 maggio 1975 numero 152 (la cosiddetta legge Reale recante disposizioni a tutela dell’ordine pubblico) anche a tali infrazioni si applica l’obbligo di confisca delle armi illecitamente acquistate, detenute o portate, che in certi casi costituisce la sanzione più grave e più afflittiva per il contravventore. Per le armi improprie, cioè come si è visto gli strumenti da punta e da taglio atti a offendere e gli altri strumenti occasionalmente utilizzabili per l’offesa, è punito solo il porto abusivo con l’arresto da sei mesi a due anni e con l’ammenda da 1.000 a 10.000 euro.

Coltello a scatto e coltello a serramanico

Non possiamo fare a meno di occuparci di questo particolare argomento, che ha formato oggetto di attenzione in numerose pronunce giurisprudenziali. Prendiamo, per esempio, la massima della sentenza numero 5509 della Sezione I della Cassazione, del 17 novembre 1994: Poiché, secondo la definizione dell’art. 30 del testo unico delle leggi di pubblica sicurezza e degli artt. 44 e 45 del relativo regolamento, le armi proprie sono quelle da sparo e tutte quelle la cui destinazione naturale è l’offesa alla persona, rientra in tale categoria il coltello “a serramanico” (detto anche “a scatto” o “molletta”), in quanto la sua lama – una volta aperta di scatto mediante un congegno a molla – resta fissata nel manico, assumendo la caratteristica propria di un pugnale o stiletto. Ne consegue che trattandosi di coltello il cui porto è vietato in modo assoluto, il porto di esso integra il reato di cui all’art. 699, secondo comma, cod. pen. e non quello previsto dall’art. 4 della legge 18 aprile 1975, n. 110.

Il coltello a scatto rientra nella categoria delle armi proprie.
Il coltello a scatto rientra nella categoria delle armi proprie.

I giudici di legittimità affermano in questa e in altre massime una regola inesistente, e cioè che un coltello – strumento da punta e da taglio atto a offendere, e non arma propria – per essere tale, non può avere un qualsivoglia congegno di blocco della lama. In realtà, molti coltelli, sebbene non tutti, la cui funzione è quella di strumento di lavoro o per il tempo libero (non certamente quella dell’offesa alla persona), dispongono di una ghiera, di una molla, di un fermo, che serve unicamente a tenere allineata la lama all’impugnatura, consentendone così l’utilizzo in sicurezza. In altre parole, il congegno di blocco serve per evitare che l’utilizzatore possa ferirsi utilizzando il coltello, non certo per renderlo più letale.

Il tema è stato portato all’attenzione dei giudici più volte, soprattutto per i coltelli cosiddetti a scatto o mollette, i quali non solo dispongono di un sistema di blocco della lama ma anche di un congegno a molla comandato da un pulsante che ne consente l’apertura in modo automatico, anche con una sola mano.

Così come affermato pure nella massima sopra citata tali coltelli, nell’immaginario collettivo normalmente associati all’uso criminale, vengono sistematicamente considerati armi dalla giurisprudenza. Si tratta, in realtà, di un travisamento della normativa vigente, che è molto chiara nel distinguere le armi, la cui funzione è quella dell’offesa, dagli strumenti da punta e da taglio atti a offendere, che solo occasionalmente (ma non necessariamente) possono servire per l’offesa. Il coltello a scatto ha una specifica funzione pratica, perché permette al suo utilizzatore di estrarre e mettere in posizione la lama usando la sola mano forte, funzione utile nello svolgimento di svariate attività lavorative o nel tempo libero: si pensi al caso di uno scalatore, che abbia necessità di tagliare una corda per liberarsi da una situazione difficile. Tuttavia, la classificazione del coltello a scatto come arma è ormai “diritto vivente” a seguito di una pluralità di sentenze conformi da parte della Corte di Cassazione: ciò non toglie che tali coltelli si vendano comunemente nelle coltellerie, talvolta con una certa tolleranza da parte dell’autorità di pubblica sicurezza.

Come distinguere uno strumento da punta e da taglio da un’arma

In effetti, si tratta del quesito cruciale: come fare a stabilire in concreto se siamo in presenza di uno strumento da punta e da taglio (per esempio, un coltello) oppure di un’arma bianca (per esempio, un pugnale o uno stiletto). Nonostante il fiume d’inchiostro speso dalla Cassazione e dagli altri giudici, siamo sempre al punto di partenza. La legge non stabilisce alcun criterio pratico ma prevede una disciplina diversa per le armi proprie e per gli strumenti atti a offendere, come se la distinzione fosse evidente. Nella realtà non è così, dato che ci sono strumenti la cui classificazione è quanto meno dubbia. Abbiamo già accennato ai coltelli a scatto, che nascono come strumenti di lavoro e che, forse per effetto della cattiva fama che li circonda, hanno finito per essere classificati come armi, se non dalla legge, almeno dalla giurisprudenza. D’altra parte, se andiamo a verificare quello che scrive la giurisprudenza, ci accorgiamo che vi è un’infinità di massime che trattano strumenti di volta in volta qualificati armi proprie o improprie.

Il Machete è considerato strumento atto a offendere (quindi non arma), sul presupposto che si tratta di uno strumento destinato al lavoro agricolo.
Il Machete è considerato strumento atto a offendere (quindi non arma), sul presupposto che si tratta di uno strumento destinato al lavoro agricolo.

Confrontiamo, per esempio, la katana (tipica spada giapponese) con il machete. La prima sempre qualificata arma – ma ce ne sono in circolazione molte prive di taglio, vendute solo per esposizione – il secondo considerato strumento atto a offendere (quindi non arma), sul presupposto che si tratta di uno strumento destinato al lavoro agricolo (ma non certo in Italia!).

Nella motivazione della sentenza numero 37208 del 14 novembre 2013 (depositata il 5 settembre 2014, imputato Carnicelli) viene esposta una sintesi delle principali decisioni sulla materia che ci occupa: Nella giurisprudenza di questa Corte, si è anche affermato che il baricentro della distinzione tra la categoria delle armi proprie e quella delle armi improprie risiede non tanto nelle caratteristiche costruttive e strutturali dei singoli strumenti e nella idoneità all’offesa alla persona, comune sia all’una sia all’altra categoria, quanto nella individuazione, tra tutte le possibili destinazioni, di quella principale corrispondente all’uso normale da accertare con specifico riferimento a quello che rappresenta l’impiego naturale dei singoli strumenti in un determinato ambiente sociale alla stregua dei costumi, delle usanze, delle esperienze affermatisi in un dato momento storico (Sez. 1, n. 19198 del 03/04/2012, dep. 21/05/2012, Giusti, in motivazione), e, con riferimento alle fattispecie concrete analizzate e tra l’altro, si è ritenuto non rientrare nel novero delle armi proprie e il loro porto ingiustificato integrare il reato di cui alla L. n. 110 del 1975, art. 4, comma 2, e non quello previsto dall’art. 699 cod. pen., il cosiddetto machete, che, in quanto strumento elettivamente concepito per impieghi agricoli o boschivi, non può essere considerato come naturalmente ed esclusivamente destinato all’offesa della persona (tra le altre, Sez. 1, n. 5944 del 21/11/1995, dep. 12/01/1996, Cervicato, Rv. 203268; Sez. 1, n. 1453 del 17/03/2009, dep. 07/04/2009, Gebril, Rv. 243917) e il coltello da lancio, normalmente destinato a uso sportivo per il tiro al bersaglio (Sez. 1, n. 7957 del 11/02/1982, dep. 20/09/1982, Tosani, Rv. 155069; Sez. 1, n. 9300 del 09/05/1985, dep. 19/10/1985, Lattuca, Rv. 170741); si sono considerate armi proprie non da sparo o bianche, il cui porto senza licenza al di fuori della propria abitazione integra il reato di cui all’art. 699 c.p., la sciabola da samurai (Sez. 6, n. 8930 del 05/06/1984, dep. 22/10/1984, Zeni, Rv. 166241), il pugnale (Sez. 1, n. 1730 del 18/03/1996, dep. 28/05/1996, P.G. in proc. Mezzapelle, Rv. 204676; Sez. 1, n. 49746 del 15/12/2009, dep. 29/12/2009, Flamini e altro, Rv. 245986), il coltello a scatto, detto “molletta” (Sez. 1, n. 16785 del 07/04/2010, dep. 03/05/2010, P.G. in proc. Pierantoni, Rv. 246947), la “katana”, tipica spada utilizzata dai samurai giapponesi (Sez. 1, n. 19198 del 03/04/2012, citata, Rv. 252860), il coltello a serramanico dotato di un sistema di blocco della lama (Sez. F, n. 33064 del 30/08/2012, dep. 03/09/2012, Luciani, Rv. 230427); si sono ritenuti rientrare nel novero delle armi bianche proprie, la cui importazione senza licenza integra il reato di cui all’art. 695 c.p., le “katane” giapponesi, le spade, i pugnali, le scimitarre e le tesserine rettangolari taglienti e appuntite, che nascono come armi e sono destinate all’offesa (Sez. 1, n. 15341 del 24/02/2010, dep. 22/04/2010, Frati, Rv. 247238); si è ricondotto alla categoria delle armi improprie l’attrezzo sportivo denominato “long chang”, utilizzato nelle arti marziali, il cui uso integra la circostanza aggravante prevista dall’art. 585 c.p., comma 2, n. 2, (lesione personale procurata con l’uso di strumenti atti a offendere) (Sez. 5, n. 1762 del 20/12/2004, dep. 21/01/2005, P.G. in proc. Marchetta, Rv. 230741).

Per la giurisprudenza la Katana è considerata arma propria.
Per la giurisprudenza la Katana è considerata arma propria.

Si può constatare quindi che la Cassazione, enunciato un principio generale condivisibile alla luce della normativa vigente, finisce poi per basare le sue decisioni su una specie di catalogo delle decisioni del passato, perpetuando all’infinito un possibile errore di valutazione contenuto in un precedente.

Per esempio, l’affermazione che il coltello a serramanico dotato di sistema di blocco della lama sia un’arma propria – come tale soggetta a denuncia e a divieto assoluto di porto – è totalmente irrealistica prima ancora che errata dal punto di vista giuridico. Infatti, essa finisce per classificare come armi tutti i coltelli a serramanico, anche i famosi coltellini svizzeri, che sono dotati di un sistema di blocco a molla, incorporato nel manico, o i coltelli marca Opinel, che utilizzano allo stesso scopo una ghiera metallica, fatta in modo che l’utilizzatore possa ruotarla per bloccare o per sbloccare la lama.

D’altra parte, non si comprende – né i giudici di legittimità lo spiegano – per quale ragione un coltello a serramanico avrebbe la stessa funzione di un pugnale o di uno stiletto in conseguenza del blocco della lama, mentre un coltello normale delle stesse dimensioni e forma, dotato di lama fissa, non assumerebbe tale qualità. Probabilmente, la ragione (peraltro inespressa) è da ricollegarsi al fatto che il coltello a serramanico si presta più facilmente a essere occultato rispetto a un analogo strumento a lama fissa.

Tuttavia, la legge, nel distinguere tra armi bianche e strumenti atti a offendere, non tiene conto affatto della loro occultabilità ma solamente – come del resto riaffermato dalla Cassazione – della principale destinazione di utilizzo, sicché è impensabile che un coltello a serramanico possa essere qualificato come arma solo perché per evidenti esigenze di uso pratico la sua lama, invece di ruotare liberamente, dispone di un sistema di blocco.

Lasciando stare la Cassazione, le cui decisioni per fortuna producono effetto diretto sono nei procedimenti in cui sono pronunciate, la distinzione tra arma propria e impropria, in generale, e tra arma bianca e strumento da punta o da taglio atto a offendere, deve necessariamente basarsi su elementi concreti desumibili dalle caratteristiche di ogni singolo strumento.

I coltelli tipo "Rambo" dotati di un filo tagliente da un lato e di un altro lato seghettato, si prestano all’uso nel tempo libero.
I coltelli tipo “Rambo” dotati di un filo tagliente da un lato e di un altro lato seghettato, si prestano all’uso nel tempo libero.

Alla fine, l’unico criterio pratico consiste nel verificare se lo strumento si presti o non si presti a un impiego di tipo lavorativo o sportivo. In linea generale, tale uso deve essere escluso per gli strumenti dotati di doppio filo identico, che assumono le caratteristiche del pugnale o dello stiletto, mentre i coltelli tipo Rambo dotati come sono di un filo tagliente da un lato e di un altro lato seghettato o non tagliente (se non nella parte apicale) si prestano all’uso nel tempo libero (così come quelli per subacquei).

Lo stesso criterio non è applicabile agli strumenti di maggiori dimensioni, quale la sciabola, che è dotata di un solo filo, pur essendo destinata all’offesa, mentre – come già detto – il machete è considerato strumento da punta e da taglio.

Il criterio, come già accennato all’inizio di questo articolo, è solo di natura storico-funzionale, nel senso che si deve avere riguardo all’uso tipico di un determinato strumento in un determinato momento storico. Appare chiaro, dunque, che nessuno penserebbe di usare una sciabola di Cavalleria per mietere il grano, così come ben difficilmente una falce potrebbe essere impiegata in combattimento (stiamo parlando pur sempre di armi il cui uso è ormai obsoleto, senza che però se ne sia persa completamente contezza).

Considerazioni generali e finali

Non c’è dubbio che la normativa nazionale in materia di armi non da sparo sia ormai anacronistica e fonte di molti più problemi che vantaggi per la sicurezza pubblica. In effetti la direttiva europea, che ha trovato parziale attuazione nel decreto legislativo numero 204 del 2010, non si occupa che di armi da fuoco, dimostrando così che a livello continentale si attribuisca rilevanza al controllo della diffusione delle armi da fuoco e non di altre tipologie di armi, come quelle bianche o quelle ad aria compressa. Probabilmente, l’Italia è l’unico Stato europeo che equipara tutte le armi da sparo alle armi da fuoco (tra le prime, si annoverano gli strumenti che sparano proiettili utilizzando l’aria compressa o i gas compressi), con l’eccezione degli strumenti pneumatici di debole potenza cioè inferiore a 7,5 Joule.

In un contesto sempre più informatizzato, appare risibile la previsione dell’obbligo di denunciare le armi non da sparo, che sono da sempre prive di elementi identificativi e che, quindi, non possono formare oggetto di controllo a livello generale, tramite banche dati informatiche. D’altra parte, la cronaca giudiziaria dimostra che gli strumenti atti a offendere diversi dalle armi proprie vengono largamente utilizzati in ambito criminale, essendone molto più agevole l’acquisizione e risultandone più lievi le sanzioni per il porto illecito (come detto, la detenzione di armi improprie è libera).

Non si comprende per quale ragione un coltello a serramanico avrebbe la stessa funzione di un pugnale in conseguenza del blocco della lama, mentre un coltello normale delle stesse dimensioni e forma, dotato di lama fissa, non assumerebbe tale qualità.
Non si comprende per quale ragione un coltello a serramanico avrebbe la stessa funzione di un pugnale in conseguenza del blocco della lama, mentre un coltello normale delle stesse dimensioni e forma, dotato di lama fissa, non assumerebbe tale qualità.

La nostra speranza è che, presto o tardi, venga introdotta una disciplina uniforme per armi non da sparo e strumenti a offendere, che tenga conto non della funzione primaria di ogni strumento ma della sua obiettiva pericolosità. Per esempio, sarebbe opportuno ripristinare una disciplina, come quella già presente nel regolamento TULPS ma che la Corte di Cassazione ritiene abrogata, che ponga limiti dimensionali agli strumenti da punta e da taglio di cui è consentito il porto in ambito lavorativo e del tempo libero, superando lo stato attuale di cose che rimette alla discrezionalità degli organi di polizia e dei giudici di decidere se il porto di uno strumento da punta e da taglio sia lecito o meno e – nel secondo caso – se debba essere punito in modo più o meno grave, applicando le norme in materia di armi improprie o quelle in materia di armi proprie non da sparo.

Un aggiornamento appare indispensabile anche nella prospettiva della libera circolazione delle persone e delle merci nell’ambito territoriale dell’Unione Europea, dato che in questa materia le norme vigenti in altri Stati comunitari sono di gran lunga più permissive.