Vogliamo una nazione armata?

Vogliamo una nazione armata?

Il titolo di questo editoriale è preso pari pari dallo strillo di copertina del supplemento “7” del Corriere della sera uscito in edicola il 30 novembre. La rivista contiene infatti un ampio reportage sulla situazione attuale italiana dove, sempre citando testualmente “Aumenta la sensazione d’insicurezza. Aumentano le richieste di porto d’armi.” L’autrice dell’articolo, Micol Sarfatti, fa il possibile per essere neutrale ed equidistante sull’argomento, ma già dalle prime righe si capisce dove vuole andare a parare, quando afferma: “…la tendenza sembra chiara: la società antica era armata, la società democratica va verso il disarmo”, una frase ben costruita ma, come tutte le affermazioni perentorie, meritevole di discussione.

Dal momento che l’articolo tutto sommato è scritto bene, pur presentando aspetti che non condividiamo, è possibile che qualche vostro amico antiarmi ne riprenda l’incipit per rompervi le scatole, ecco quindi qualche dato di fatto da opporre a quella che è a nostro avviso una opinione tutta da dimostrare.

La copertina del Magazine 7.

Basterebbe studiare un poco di storia per scoprire che non è esatto affermare che “la società antica era armata, la società democratica va verso il disarmo” dal momento che sia nella Grecia antica, sia nella Roma imperiale, il porto di armi nei luoghi pubblici era strettamente proibito.

Celebre (in realtà non tanto, ma lo dovrebbe essere) è la storia di Caronda, legislatore siceliota vissuto a Catania nel VI secolo Avanti Cristo. Secondo la tradizione egli dispose che nessuno potesse entrare armato nei luoghi pubblici, pena la morte. Ma un giorno, a causa di una battaglia che infuriava fuori città, entrò trafelato nell’Agorà dimenticandosi di avere la spada al fianco. Resosi conto di aver infranto una legge che aveva fortemente voluto lui stesso, estrasse la daga e si tolse la vita.

Non andava meglio nel medioevo e nel rinascimento, epoca in cui il possesso e l’uso delle armi erano appannaggio esclusivo dei militari e dei mercenari al soldo del potente di turno, e il semplice possesso di un arco o di una daga senza l’autorizzazione regale poteva portare ad estreme conseguenze.

Anche in tempi più moderni i cittadini erano tenuti accuratamente lontani dalle armi: alla vigilia della Rivoluzione Francese la caccia (e quindi il possesso di armi da fuoco) era consentita soltanto ai nobili, e questo privilegio irritava doppiamente i contadini: in un “Quaderno delle lamentele” datato 1788 il portavoce dei cittadini di Roissy-en-Brie lamenta che: …” Noi non abbiamo nemmeno la libertà di eliminare i corvi, quei volatili distruttori dei prodotti delle nostre terre… e se succede che si tenda una trappola per fermare questi animali distruttori, ben presto, in seguito al rapporto di una guardia, si è perseguiti penalmente e trascinati in prigione… Se i signori vogliono procurarsi questo piacere, che essi almeno rinchiudano la loro selvaggina entro la recinzione dei loro parchi e l’estensione del loro boschi; ma che ogni individuo abbia il diritto di difendere il suo raccolto”.

In Italia è solo dal 1859, data di istituzione del primo Codice Penale Italiano che viene resa esplicitamente lecita la detenzione e il porto d’armi da parte dei cittadini senza distinzione di ceto sociale. Nel 1926 viene emanato il primo Testo Unico di Leggi sulla Pubblica Sicurezza che introduce il sistema di registro delle armi e, successivamente, le prime sanzioni per il porto e la detenzione illegale di armi.

Dopo successive restrizioni datate 1956 si arriva alla legge attuale che, pur rendendo più semplice l’acquisto di armi sportive da parte di cittadini incensurati, di fatto non implica alcuna maggiore clemenza dei magistrati nel caso queste armi siano usate per legittima difesa all’interno della propria abitazione. Ulteriori e recenti tentativi di regolamentare il diritto alla difesa si sono rivelati piuttosto maldestri (la legittima difesa legata all’orario in cui è commesso il fatto), a ulteriore conferma che una materia tanto delicata non deve mai essere nelle mani di legislatori ideologizzati.

Forse l’autrice intendeva dire che la società armata e antica era quella in cui una élite di servi armati dei potenti faceva il bello e il cattivo tempo calpestando la sicurezza e della dignità dei cittadini disarmati.

A noi tra l’altro risulta che i paesi europei con maggior numero di armi pro capite detenute dai cittadini siano Svizzera e Finlandia, paesi sicuramente esemplari per quanto riguarda il livello di democrazia e dal bassissimo tasso di criminalità. E questi dati sono reali facilmente verificabili in rete. In breve, l’assunto di partenza dell’articolo non è un dato di fatto ma un’opinione. Molto discutibile.